“Sta arrivando Gustav” mi sorride Juan dal molo di Maria la Gorda, un mare come un ventre materno che non vorresti mai nascere. L’uragano Gustav, mi perseguita ormai da qualche giorno.
“Sembra che si farà un giro per Haiti e la Giamaica, prima”, mi aveva pronosticato il contadino che accompagnavo a Pinar del Río. “Se passa di qui, addio piantagioni di tabacco. Lo sa che sono le migliori del mondo, no”?
Raccogliere autostoppisti è un’attività cui non ci si può esimere, a Cuba, paese senza trasporti. Io, capitalista con auto a nolo, cerco un significato al solidale, e nella ruralità di questo scampolo di mondo senza pubblicità, insieme a ‘covoni’ di gente raccolgo anche messi di interessanti novelle.
Gli uragani sono una questione seria, da queste parti. Ogni estate, sono uno via l’altro. La TV annuncia il tragico avvicinamento. Il mio notiziario preferito però sono i ‘clienti’ che ospito nel sedile accanto. Darlenis, madre criolla con bambino, torna dall’ospedale. Glielo curano bene, il suo niñito. E tutto gratis. “E se viene l’uragano, ci proteggeranno”.
Feliciano mi invita per un caffè, dato che l’ho accompagnato davanti casa: un pergolato di buganvillee, con un tavolo di sasso per giocare a domino con gli amici. “Avanti. È semplice, ma solida. Quando Gustav arriverà, ci verrà tutto il vicinato”. In questi casi, le autorità passano casa per casa e, se è non è adeguata, costringono all’evacuazione.
A Cuba, anche offrire un caffè è una spesa grande senza introiti ‘stranieri’ in peso convertible (che vale più del dollaro). Il peso nacional vale poco e in salario medio fa una quindicina di dollari al mese. Anche un medico non ne guadagna più di una quarantina. “La libreta dà diritto all’indispensabile: riso, zucchero, pasta. Ma non sempre le derrate sono sufficienti”.
La TV gracchia che ormai ci siamo. Gustav azzanna il Sud. Santiago evacuata. Strade come torrenti, vento grigio e serrande abbassate. “Presto arriverà qui a Trinidad”, si dice.
Per me: l’Avana, dove sarò al sicuro, spero. La ‘mia’ casa particular spicca antica e restaurata tra i mille edifici pericolanti del Centro, dove i decenni d’abbandono sembrano un bombardamento, con pozzanghere che si alternano a mucchi di rifiuti e cani randagi. Qui, se il vento spinge, crolla tutto.
Sabato mattina. Cielo cupo. “Arriva oggi!”, annuncia Miguel, padrone di casa. Il grafico sul giornale che sventola non lascia spazio a dubbi. Forza 4, su un massimo di 5!
Per le strade è il panico, o la festa, tra raffiche di vento e schiaffi di pioggia. È un giorno speciale: si va a casa presto. Sono aperti solo gli alimentari, fino all’una. Si corre a fare approvvigionamenti, come in guerra.
Nel grigio teso, prima delle quattro le strade sono quasi deserte. In centro, chi è rimasto si accalca sotto i portici. Dai miei ospiti siamo salvi. Solo qualche ululato tra le fessure. Passiamo il tempo tra i racconti mitici di Miguel, uno che alla Rivoluzione ci ha sempre creduto.
La domenica c’è il sole. “Gustav ha distrutto l’Isola della Juventud e Pinar del Rio”, annuncia la TV. Danni alle cose, ma nessun morto.
“Ora vedremo come se la caveranno in Louisiana”, sfida orgoglioso Miguel. “Il nostro governo, sarà quel che sarà, ma a noi ci tiene!”.





Organizza il tuo viaggio
Prenota il tuo volo
Prenota il treno
Rent a car





Benvenuto Paolo, che piacere ritrovarti fra le pagine de il reporter!
Bellissimo questo tuo articolo su Cuba!
A rileggerti presto, Anna