Sport? Barbaro divertimento? Truce tradizione? Cultura? Di sicuro, possiamo dire che gli spagnoli non valutano quasi mai la corrida dal punto di vista etico. Lasciamo, pure noi, spenta la lampada della morale e partiamo per un viaggio nel mondo dei toreri più famosi di Spagna, quelli che tanto facevano sognare Hemingway, ad esempio.
Hemingway, si, che nello scontro tra il toro e l’uomo vedeva la perfetta metafora della vita, che è lotta, che è luce, come sgargianti sono i vestiti del torero, “i traje de luz”, per l’appunto. E lo sconfitto, toro inferocito, fa di tutto per fregare il proprio destino che pare segnato, in una danza infernale, stoica e coloratissima. E, seppur raramente, alle volte il toro vince.
Perchè lo sconfitto alle volte vince e quando vince la vita diventa morte e la morte si accende di vita, di calore, come quello del pubblico che inorridisce quando è il torero a morire, ma mai quando lo è il toro. Ma, dicevamo, lasciamo spenta la luce della morale.
E’ il 27 agosto del 1947 quando Luis Miguel Dominguin, detto Manolete, torero famoso e affascinantissimo, si appresta a sfidare il toro più piccolo della sua fulgida carriera.
Piccolo toro, toro scatenato vien da dire. Nervoso, mobilissimo, muscoloso e imprevedibile. Chi ha assistito all’ultimo spettacolo di Manolete, narra di una sfida condotta egregiamente, di balli con la morte straordinariamente eleganti e sinuosi.
Il rosso del mantello e un virtuosismo per non farsi incornare. Le luci dei ricami d’oro del “traje” e un sinuoso piegamento per non farsi travolgere. Una sfida perfetta tra un toro inesperto e rapidissimo e un torero ormai temprato e furbo.
Ma un movimento imprevedibile del piccolo animale fece trasalire Manolete, il quale non si aspettava il movimento a sinistra quando lui, il torero che deve condurre le danze, aveva fatto di tutto per far sì che l’animale si spostasse a destra. Una cornata talmente perfetta da essere terrificante. E Manolete rimase nel sangue. Nel suo, questa volta.
La Spagna rimase in lutto per lungo tempo, le donne piansero e gli uomini bevettero vino rosso in ricordo del più grande torero che la storia avesse fino ad allora conosciuto.
Prima ancora la nazione aveva visto morire “Juanito”, a Madrid, nel maggio del 1920 e Varelito, a Siviglia, nell’aprile del 1922.
Varelito era stato ferito un anno prima durante una corrida e aveva dichiarato che non sarebbe sceso in nessuna arena finchè non fosse completamente guarito. La Spagna intera cominciò, allora, a mormorare.
Varelito è stato ferito, si diceva, ma non nel corpo, bensì nell’anima. Chi viene incornato una volta non vuol più sfidare nessuno. Varelito, insomma, ha paura.
E lui, che era orgoglioso e proprio sull’orgoglio era stato punto, sfidò, che ancora non era completamente guarito, un grosso toro.
Movimenti goffi quelli di Varelito, movimenti di chi non si era ancora ripreso. Rabbia troppo feroce quella del toro, una rabbia profonda quanto vera.
Il torero, incornato alla schiena e prossimo alla morte, abbandonò tra crudeli fischi l’arena, dicendo, rivolto al pubblico e con voce quasi spenta, “Avete avuto ciò che volevate, vi ho fatto contenti ancora una volta”.





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Follia pura, mista a mancanza di rispetto per la vita, propria e degli animali. Sotto le false vesti di una tradizione popolare.