Tutt el mond a l’è paes, a semm d’accòrd, ma Milan, l’è on gran Milan. Parole che chi è nato nella città meneghina ha avuto modo di sentire decantate almeno una volta. Anche se poi, infondo, quasi nessuno di noi ha mai trovato il modo di pronunciarle correttamente.
Ci definivano Arius, cioè chi parlottava il dialetto, ma non toccava mai l’apice dell’idioma originale. Ancora oggi mi chiedo dove stia di casa quell’originalità e soprattutto se mai sia esistita.
Comunque una verità nel detto d’apertura c’è: Milano è nel bene e nel male da sempre punto di riferimento per il territorio lombardo, sia culturalmente sia nelle questioni meramente economiche.
Ma qui non parliamo della Milan e poeu pù (altro detto sulla quale si gioca l’attestato di milanesità), parliamo del territorio ricco e interessante che esiste da sempre fuori dalle sue circolari mura.
Parliamo di un santo in fuga e del suo mulo. Parliamo della provincia. Parliamo di quegli “ariosi” che il meneghino doc apostrofava, forse geloso, tra una discussione e un’altra.
La storia è quella di Corbetta, comune di sedicimila abitanti da sempre compagno del verdissimo Parco Agricolo Sud di Milano con i suoi innumerevoli fontanili e numerosissime risorgive. Il verde per eccellenza. Un gioiello nel cuore dell’industrializzata Pianura Padana.
Il santo della nostra leggenda è Ambrogio, Dottore della Chiesa, Patrono e prima di tutto anche vescovo del capoluogo lombardo dal 374 fino alla sua morte avvenuta nel 397. Un ruolo quest’ultimo che non avrebbe voluto proprio ricoprire.
E allora ecco la tipica nebbia della Pianura (che bellezza, la va giò per i polmon) e la fuga sotto un mantello militare di Ambrogio a dorso di una fidata mula dal nome di Betta.
Una notte di marcia. Una notte per scappare da Milano che lo voleva vescovo quando lui invece non era nemmeno battezzato e si occupava solo di cose inerenti alla politica. Lui il vescovo proprio non voleva farlo.
Al mattino, diradata la nebbia e spuntate le prime luci, il futuro santo si fermò e volle controllare dove, dopo tanto viaggiare, la sua fuga lo avesse portato. Scoprì con immensa delusione che la sua fidata Betta non aveva fatto altro che girare in tondo a quel paese sconosciuto nella quale ora si trovava.
Intanto dalle case iniziarono a uscire le prime persone. Ambrogio era preceduto sempre dalla sua fama e così pure le campane a festa indicarono la sua presenza nel borgo. Lui che avrebbe voluto solo scappare più lontano possibile.
“Cûr Betta… cûr Betta”, l’ultimo tentativo del futuro santo di fuggire da un destino di gloria che però era già segnato, un destino che nel nome di Corbetta continua a risuonare nelle strade di questa cittadina.
Una leggenda, una storia che mette in luce l’eterno rapporto tra il territorio provinciale e la sua Milano: ciò che splende nella città meneghina passa anche per la brulicante vitalità di questi bellissimi territori.
E se le mie parole non convincono, uso volentieri quelle uscite dalla grandissima penna di Luciano Prada. “Essere corbettesi è la più grave delle malattie, la più bella e inesorabile. Che ha in più la tremenda, simpatica aggravante di non concedere convalescenze”.
Orgoglio Arius. Comunque si pronunci.





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