Nel giornalismo, fonte è quella cosa che ti dà il diritto della certezza. Leggo su Wikipedia che il 90% della barriera corallina delle Seychelles è ormai morta, che in tutto l’oceano indiano l’influenza devastante dell’opera umana ha fatto sì che questa meraviglia sia poco più di un ricordo.
Io, che solitamente la cerco sempre come un famelico segugio, mi voglio calare nei panni della preda: per una volta io sono la fonte; alle Seychelles ci sono stato di recente, ho visto buona parte delle sue barriere e non un solo corallo vivo: direi che se il dato di Wikipedia è errato, lo è in difetto.
I coralli sono tra gli organismi più sensibili del pianeta, e molti sono i motivi legati alla loro sparizione. Non ultimo il riscaldamento delle acque oceaniche che uccide le alghe che hanno un rapporto simbiotico con essi. Poi la pesca a strascico, l’inquinamento e l’impatto delle ancore marine sono altri motivi forse non meno importanti.
Arnold Dekker della Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (CSIRO) è giunto ad una drammatica conclusione: siamo prossimi al famoso punto di non ritorno, oltre il quale lo sbiancamento del corallo sarà irreversibile. Parliamo di estinzione.
Jennie Mallela, che ha studiato la drastica involuzione della barriera corallina a Tobago, ci fa sapere che sono soprattutto gli uragani, la cui frequenza ha subito un’accelerazione impressionante negli ultimi anni, a devastare il delicato ecosistema marino.
Dall’altra parte del mondo, Ku’ulei Rodgers, Assistente Ricercatore presso l’istituto di Biologia Marina di Honolulu –Hawaii- dice che se i cambiamenti climatici proseguiranno in questa direzione non ci sarà più un solo corallo vivo entro il prossimo secolo.
Le uniche due barriere coralline che sono rimaste per la maggior parte intatte si trovano nel Mar Rosso e lungo la costa orientale australiana.
Ma pure la Great Barrier Reef, tendenzialmente, non se la passa bene: alcuni scienziati dell’Università Australiana del Queensland prevedono la sua morte entro 50 anni, a causa, soprattutto, dell’innalzamento delle temperature oceaniche. Gli aumenti previsti sono, al limite, di sei gradi centigradi.
La Grande Barriera Corallina Australiana è Patrimonio Mondiale dell’Umanità dal 1981: una scelta che al momento è pura forma, visto che il suo degrado, benché, come detto, più lento che in altre zone del pianeta, pare inarrestabile.
Guardando la realtà in faccia, le speranze all’orizzonte sono veramente poche, aggrappate a possibili scelte di politica globale che invertano la tendenza. Obama, se ci sei batti un colpo.





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Grazie per aver segnalato questa verità.
Mi sento incapace di formulare un commento e non voglio che le mie parole sia no di condanna.
caterina