Al dodicesimo piano di un vecchio palazzone lungo il Nilo, numero 8/10 di Shari Mathaf al Manyal dell’isola di El-Roda, pochi chilometri dall’Ambasciata Italiana di Garden City a il Cairo (Egitto), ha sede l’Organizzazione Egiziana per i diritti umani (Eohr).
Buona parte dello staff (venti persone in tutto) è composto da avvocati. Danno consulenza gratuita e automatica alle persone povere, specialmente donne, che subiscono la violazione dei diritti umani.
Visitano i prigionieri nelle carceri per verificare le loro condizioni e partecipano alle indagini e ai processi cui sono sottoposti. Lavorano tutti assieme in un ufficio di trenta metri quadrati.
Non ricevono sovvenzioni dal Governo e per ottenere fondi e donazioni da organizzazioni o paesi stranieri, è necessario ottenere un permesso dal Ministero degli affari sociali.
Dal 1985, anno in cui Ehor è stata fondata, sono stati raggiunti notevoli risultati. Uno tra i tanti è stato, dopo anni di pressioni contro l’uso della flagellazione come pena prevista dal Codice Penale, la presentazione al Parlamento di un progetto di legge da parte del Governo per eliminare questo tipo di punizione. Dal 2000 la legge egiziana lo proibisce.
All’ufficio dell’unità Relazioni Internazionali, quello che consente a noi occidentali non arabofoni di venire a conoscenza della fatica di queste persone, lavorano Ahmad, incaricato di tradurre gli statement dell’organizzazione dall’arabo all’inglese.
Poi ci sono Heba che mantiene le relazioni della ONG con le altre organizzazioni nazionali e internazionali, Sheriff, responsabile delle attività dell’ONG canadese IFEX in Egitto, e un volontario italiano, Pietro de Perini.
Per iniziare, puoi spiegarci perché ti trovi qui all’Eohr? “Sto terminando il corso di studio in Diritti Umani e Relazioni Internazionali presso l’Università di Padova e partecipo ad alcune attività promosse dal Centro Diritti Umani della medesima città come volontario allo scopo di migliorare la mia preparazione in materia e fare esperienza.
Questi sono i motivi che mi spingono quaggiù. Fare esperienza e osservare attraverso la cultura di un altro paese la situazione dei diritti umani e il rapporto che la gente ha con essi. In questo caso ho l’opportunità di farlo dal punto di vista di un paese arabo, con tutte le contraddizioni e le difficoltà che derivano dall’accostamento dei diritti umani e di alcuni principi dell’Islam”.
Come hai deciso di andare in Egitto, e perché proprio in questa ONG? “La scelta dell’Egitto è subordinata al motivo complementare per cui sono partito, cioè studiare la lingua araba. In questo paese ci sono alcune delle migliori scuole per studenti stranieri e si parla un dialetto molto conosciuto in tutta la “Nazione Araba”.
La scelta della ONG è stata quasi casuale. Cercando materiale sulla protezione dei diritti umani in Egitto, mi sono imbattuto nel sito internet di questa organizzazione e leggendone lo Statuto sono rimasto colpito dalle loro attività e dalla determinazione con cui affrontano le molte avversità quotidiane.
Poi è bastato contattare l’unità Relazioni Internazionali e spedire il curriculum. Mi hanno accettato il giorno stesso, come volontario ovviamente”.
C’è un campo specifico di cui si occupa che questa ONG? “Senza dubbio la tortura. Eohr è parte dell’Organizzazione mondiale contro la sevizia (OMCT). Ha pubblicato diversi articoli e rapporti approfonditi su questo tema. Lotta per inserire il crimine di tortura all’interno del Codice Penale egiziano e sostiene campagne contro di essa preparando workshop che hanno l’obiettivo di emendare alcuni articoli della Costituzione egiziana sul tema, richiedendo, tra l’altro, punizioni più severe per chi si macchia di questo crimine”.
Eccezione nel tessuto sociale egiziano, o ci sono altre ONG? “Fortunatamente non c’è solo EOHR a lavorare per la protezione ed il rispetto dei diritti umani. Ci sono diverse organizzazioni attive nella tutela dei più svariati diritti. Vi posso segnalare The Arab Organization for Human Rights (diritti umani in generale), The Egyptian Centre for Women Rights (diritti delle donne), PLAN Organization for children (diritti del fanciullo).
E poi ancora: The Arab Center for Indpendence of Judiciary and Legal Profession (giusto processo e principio di legalità), The Association for Human Rights Legal Aid (consulenza gratuita per violazioni dei diritti umani), Nadeem’s Center Against Torture (contro la tortura), The New Women Institute (ancora diritti delle donne)”.
Altre “battaglie” importanti che ha portato o porta avanti? “Insieme ad alcune delle organizzazioni sopraccitate, nel campo dei diritti umani, si è data molto da fare contro la legge di emergenza in vigore ininterrottamente dal lontano 1984. Questa consente un accentramento dei poteri nella mani dell’esecutivo, e porta a gravi violazioni di diritti e libertà normalmente garantite dalla Costituzione.
Violazioni della libertà di espressione e di opinione, di riunirsi pacificamente e di movimento, della santità dell’individuo e del diritto ad un giusto processo sono alcune delle conseguenze più comuni dell’applicazione dello stato di emergenza in questo paese.
Ehor sostiene dal 2002 una campagna per la fine dello stato di emergenza e per giungere, attraverso emendamenti alla Costituzione del 1971, ad una nuova Costituzione adatta alla situazione odierna del paese”. (1. continua)






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