Ecco la sabbia. Gravida e pesante. Sul lato sinistro della mia scarpa che penzola fuori nel ventre corridore del vento. L’assolo del cielo è unanime.
Sono un po’ assorto. Sul vetro semiappannato del finestrino, ho provato a disegnare un cavallo. Poi un ombrello, e un aliante.
Non hanno avuto molto successo. Sotto il mio capello da pescatore improvvisato e i capelli lunghi, nascondo un sorriso auto-ironico.
Sono in movimento. È il mio mestiere. Professione reporter. Ho qualche persona da incontrare. Una lettera da affrancare e qualcosa d’altro da riportare. Riprenderò il tutto e poi mi chiuderò in una stanza a mettere nero su bianco.
L’ho saputo solo ora che non ci sarei stato per nessuno in questi giorni di festa. Ho appreso poco fa che a qualcuno serve una storia nuova.
Penso a come raggiungere la mia meta. Sarei più fortunato se credessi di poter memorizzare tutti i desideri degli esseri umani. Non c’è posto da nessuna parte.
Salgo sul tetto di un treno in corsa. Restando in attesa che qualcuno mi raggiunga per dividere una cioccolata calda, ho sguainato il mio block-notes.
Piccole schegge dalla puntura impassibile e temporanea, mettono a nudo tutti i bisogni di quella spavalda fenicie tatuata su entrambe le mie spalle.
Lo scompartimento si riempie e si svuota con la stessa facilità. Nelle frettolose espressioni della gente, rivedo le amichevoli strade della Pennsylvania. I sapori fraterni di Bangalore. L’ospitalità della Bosnia.
Ho fatto tante promesse da eroe. La verità è che ripenso ancora a quei giorni in cui eravamo entrambi vicino alla spiaggia. Quando ero certo di meritarmi una vita gloriosa insieme alle stelle più lontane.
Allora le mie giornate erano solo diari che riempivo di frasi verso te. Sono comunque cresciuto senza che nulla e nessuno sia riuscito a impedirmi di credere alle favole.
Per molto tempo ho avuto un piccolo albero di natale sopra la mia scrivania. Ogni giorno dell’anno. Sapevo gioire senza badare al colore del mio piatto.
Sono sempre stato in viaggio. Vecchi binari languiscono sotto il peso del convoglio. Guardo oltre le più dirette conseguenze della mia ennesima lontananza da ognuno di voi.
Mi sapresti imitare il rumore che fa il campanello mentre langue sulla bicicletta abbandonata alla stazione? Sento il fischio di una nuova fermata.
Il mondo ha distrutto le fabbriche di giocattoli e le ha sostituite con camere oscure di carbone, lasciandoci solo il tempo di dire che tutto sta succedendo così in fretta.
Ma può esistere un’unità di misura per le meraviglie o per le lunghe sere d’inverno? Una volta la mia vita non si sarebbe mai interrotta con un’emozione precoce.
Una volta non sarei mai tornato indietro, chiunque avesse bussato alla porta. Sono ancora in tempo per rispondere con brividi gloriosi di magia umana?
Adesso, dinnanzi a me vedo così tante tazze vuote che neanche il più improbabile dei viaggi al Polo Nord saprebbe insegnarmi a unire i puntini fra le comete e i nostri pensieri.
Mi avvicino sempre di più a questa nuova destinazione. Se dovessi dedicare una augurio, inizierei così: “Chissà quante volte abbiamo desiderato che i nostri sogni si fossero avverati nello stesso istante”.
Il viaggio continua da molto e da quassù ormai non riesco più a distinguere le case dagli alberi. Le persone dai sentimenti. Le candele dai fiocchi di neve.
C’è qualcuno che pensa di essere in grado di ritrovarmi e poi tirarmi fuori le mani dalle tasche? Niente formalismi, né esitazioni.
Credetemi, la paura è parte della perfezione. In effetti, penso che darò sempre più spiegazioni di quello che provo.
Mi rivolgo a te, cara lettrice e lettore. Prendi un foglio di carta e giralo sulla parte non disegnata. Vorrei che lo usassi per immaginare il giorno del tuo nuovo primo ballo.
Qual è la tua sensazione? Ricordo soltanto che una volta avrei voluto chiudere gli occhi. Avrei voluto ricordarmi solo e unicamente di te. Chiunque tu sia.





Organizza il tuo viaggio
Prenota il tuo volo
Prenota il treno
Rent a car


