Scovare i resti fossili del preistorico animale a cui era appartenuta quella strana corteccia di pelle, che all’età di tre anni aveva rinvenuto a casa della nonna in un piccolo armadietto.
E pure ripercorrere le tracce di chi, nella terra del Fuoco, lo aveva trovato: il di lei cugino, capitano di marina Charley Milward. Riuscirà in entrambi gli scopi.
Ha inizio così, da questo solido pretesto, l’incanto del viaggio di Bruce Chatwin, attraverso la Patagonia. Viaggiatore di penna dallo straordinario talento narrativo e descrittivo.
Così come altri vagabondi e fuggiaschi, muove in realtà verso l’estremo sud del pianeta per riformarsi da un mondo troppo diverso dal suo.
Quel remoto pezzo di pelle che caparbiamente va cercando, altro non è infatti che un antico lembo di terra in cui un’ inviolata natura, severa ma onesta, vuole concedergli asilo, nasconderlo alla brutalità umana ed allontanarlo dalle guerre e dalle bombe.
Il viaggio inizia a Buenos Aires nel Dicembre del 1974, in pieno clima natalizio, per spingersi fino allo stretto di Magellano. Uno zaino, scarponi chiodati e le immancabili Moleskine per appuntare ogni cosa.
E proprio dalle note del “mitico” taccuino, uscirà uno dei più bei resoconti che la letteratura legata ai viaggi ci abbia regalato nel secolo scorso.
Il libro è un perfetto esempio di realismo narrativo, in cui le avventure, le esperienze, le conoscenze, le strade percorse, le genti incontrate, i paesaggi ammirati, i suoni, gli odori e i sapori descritti, sono così veri da animare questa aspra e insieme meravigliosa terra.
A tal punto da entrarti dentro, anzi da viverti dentro con una così grande forza, che la fusione tra narratore e lettore è tanto obbligata quanto naturale.
Accompagnando, noi piccoli Chatwin, immaginificamente in fuga dalla stanzialità, passo dopo passo, tappa dopo tappa, sempre più oltre, a scoprire cosa si cela al di là di noi stessi, oltre la civiltà.




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