Charles Bukowski – Foto tratta da bukowski.net
In una celebre introduzione a John Fante, Niccolò Ammaniti distingue due categorie di scrittori: quelli da tana e quelli da prateria. I primi son quelli che scrivono perché devono: puntano la sveglia alle otto del mattino e finché non son le sei di sera non smettono. Anche i secondi scrivono perché devono, ma l’obbligo non viene dalla società, dal mutuo per la villa o dalle tasse. L’esigenza è la vita che scorre nel sangue: scrivere o morire.
Bukowski era scrittore da prateria: fece cento lavori e visse mille vite. E raccontò le sue esperienze, senza mai nascondersi dietro ad atti di finto eroismo: si descrisse per ciò che era: né depresso, né felice, solo vivo.
Nasce in Germania (1920), ma sviluppa la sua esistenza interamente negli Stati Uniti e ha un padre alcolista che lo picchia. Nel 1940 il mondo esplode e lui pure: inizieranno anni selvaggi, fatti di randagismi per le strade d’America, anni intessuti di alcol e di risse.
Farà tanti lavori e, segnato com’era da un ossessivo rifiuto delle convenzioni –anche quelle più semplici come l’allacciarsi le scarpe o il mangiare ogni giorno- li abbandonerà tutti: sarà a New Orleans, a San Francisco e a St. Louis; prenderà stipendi come lavapiatti, facchino e posteggiatore.
Non si sente ribelle, perché non gliene frega niente, non si sente anarchico, perché non ha ideali. E intanto scrive. Scrive ossessivamente. E viene rifiutato da una casa editrice. Una volta. Una volta gli basta, non lotta, non bussa più a nessuno, scrive, scrive solamente e non cerca pubblico.
Durante gli anni ’50 e ’60 eccede in tutto: sesso, alcol e scrittura. Sa amare? Non pervenuto. Dorme sulle panchine dei parchi e passa diverse notti in carcere. Vive un lungo periodo come postino, durato undici terribili anni. Nell’orrore di gesti infinitamente uguali a loro stessi e di ore passate a guardar le ore che passano, la sua scrittura si fa vulcanica: ferocemente semplice e volgare come la vita. Una vera delizia.
Beve, beve e scrive. Scrive molto, poesie e racconti brevi, e beve fin quasi a morirne. Alla soglia dei 50 anni, quando ormai si è assuefatto ad una vita senza senso, gli presentano John Martin, editore che lo farà conoscere al grande pubblico. Viene associato alla Beat Generation, ma lui manco vuol sentir parlare né di etichette, né di Burroughs, né di Kerouac.
Conosce Linda, l’unica tra le sue tante compagne che riuscirà a placare la sua immensa energia fatta di un vuoto mortale. Lo fa mangiare come si deve e, a tratti, smettere di bere.
Quando Fernanda Pivano va ad intervistarlo nella sua lussuosa villa, ha paura. Lo conosce, ha letto tutto di lui: dei suoi rapporti burrascosi con le donne e dei suoi furibondi scatti di ira. L’intervista dura qualche ora e Bukowski ha la faccia sorridente di chi non vuol rotture di scatole.
Ma Fernanda riesce a portare a termine il suo lavoro e, proprio quando sta per uscire dal cancello della villa, sente una rauca voce scandire il suo nome. Si gira con la lentezza di chi è vagamente terrorizzato. “Scrivi qualcosa di carino” le chiede Charles Bukowski (1920-1994), accennando un inchino e porgendole una rosa.
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