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Certosa di Pavia, monastero del silenzio - foto : La cupola © Roby Ferrari
La cupola © Roby Ferrari

Certosa di Pavia, monastero del silenzio

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Otto chilometri da Pavia. Verso Nord. Imponente, spettacolare e assolutamente unica. E’ la Certosa.

Uno dei più importanti monumenti tardo gotici del Bel Paese e, come molti altri, in fase di ristrutturazione. Si presenta, infatti, al visitatore avvolta da impalcature che la celano frontalmente.

All’inizio sorge al margine dell’ampio parco visconteo, meta ambita per la caccia e poco distante dal castello della città di cui oggi, però restano solo alcune parti.

La costruzione della Certosa di Pavia si deve a Gian Galeazzo Visconti, detto il conte di Virtù, titolo ricevuto in dote dalla giovane prima moglie Isabella di Valois.

All’età di 49 anni, il 27 agosto del 1396, Gian Galeazzo inaugura i lavori del monastero ponendo, simbolicamente la prima pietra del cantiere.

E la prima pietra viene posta in una posizione strategica. A metà strada tra Milano, capitale del ducato, e Pavia, seconda città per rilevanza, luogo di nascita del nobil uomo.

Motivo dell’edificazione è la realizzazione di un fastoso sacello funebre per la famiglia viscontea.

I lavori sono febbrili. Il cantiere è un vero e proprio luogo d’incontro di artisti, ingegneri, scultori, artigiani, operai, tecnici.

E il Visconti verifica, periodicamente, che le operazioni proseguano senza troppi rallentamenti per farne dono all’Ordine dei Certosini, secondo la volontà espressa dalla seconda moglie, sua cugina Caterina.

Gli ospiti della Certosa, come suggerisce il nome stesso, sono i monaci certosini che, già durante la costruzione vi risiedono adattandosi a vivere in zone diverse fino al completamento nel 1465. Le funzioni religiose vengono celebrate nel refettorio.

Un dono di tutto rispetto per i certosini ai quali Gian Galeazzo chiede di tenere fede ad un’unica clausola, ovvero utilizzare una percentuale dei proventi derivanti dal lavoro nei campi, dalle rendite e dai terreni, per il prosieguo del monastero e il suo abbellimento.

E, infatti, anche a costruzione ultimata, i monaci continuano a commissionare opere decorative aggiuntive. Motivo per cui la Certosa contiene testimonianze architettoniche risalenti a quattro secoli, dal quarto all’ottavo.

Si dice, inoltre che Gian Galeazzo abbia manie di grandezze che ben esprime nella Certosa, anche post morte ispirando i certosini ad aumentarne lo sfarzo.

I monaci, però nel 1782 subiscono l’espulsione dall’imperatore del Sacro Romano Impero Giuseppe II d’Asburgo, fratello della regina di Francia, Maria Antonietta.

Questi, incamerando tutti i possedimenti relativi alla Certosa, sostituisce l’Ordine dei monaci cistercensi con quello dei carmelitani fino alla chiusura del monastero nel 1810.

Solo nel 1843 i certosini vi fanno ritorno. Negli anni successivi, la Certosa vive vari periodi storici, dalla dichiarazione a monumento nazionale, con l’assegnazione allo Stato dei beni ecclesiastici, all’abbandono dei certosini per mancanza di vocazioni e all’insediamento dei cistercensi nel 1968.

Ancora oggi è dimora dei cistercensi. E proprio uno dei monaci, ad orari prefissati, guida i visitatori all’interno della Certosa, mostrandone le sale ricche di preziose testimonianze artistiche e il bellissimo giardino interno sul quale affacciano le celle. Piccole residenze private, sotto il corridoio porticato, usate, una volta, dai monaci.

Non proprio celle qualsiasi, come si potrebbe immaginare, ma divise in zona giorno al piano terreno con annesso orto in cui coltivare erbe terapeutiche o aromatiche, e zona notte al piano superiore. Semplici, modeste, contemplative.

Il tempo, qui è scandito solo dal suono della campana e dalle litanie delle preghiere.

Tali soluzioni abitative sono state, però sostituite da camere raccolte in un’unica zona della Certosa per facilitarne il riscaldamento d’inverno.

Della Certosa di Pavia c’è ben altro da raccontare e, soprattutto da ammirare da ogni prospettiva. La descrizione non sostituisce la bellezza. E la bellezza, in questo luogo, va osservata e apprezzata in un solo modo. Lo stesso per tutti. In silenzio.

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"Tanti viaggi" di Vittorio Orsenigo - Archinto, 2011

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"Tangenziali - due viandanti ai bordi della città" di Gianni Biondillo, Michele Monina - Guanda, 2010



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