Bob Marley nel 1983, all’interno dell’album “Confrontation”, li cantò così: “Stolen from Africa, brought to America, fighting for survival” (rubato all’Africa, portato in America a lottare per la vita”) .
Oggi invece, hanno guadagnato il palcoscenico dei media grazie al ruolo di protagonisti che Spike Lee ha ritagliato loro in “Miracolo a Sant’Anna”. Sto parlando dei “Soldati Bisonte”, i “Buffalo Soldier”, l’unica divisione esclusivamente afroamericana all’interno dell’esercito degli Stati Uniti.
Membri del 10° Reggimento di Cavalleria, furono creati nel 1866 durante le campagne di invasione condotte dal governo statunitense contro le tribù dei Nativi Americani.
Si dice siano stati i Comanche a battezzarli: tutti quei capelli ricci e scuri somigliavano troppo al mantello di un bufalo per non etichettarli come “Buffalo Soldier”.
Tuttavia, leggenda vuole, che l’affinità nome-bufalo non fosse esclusivamente appannaggio di chiome folte e spessi mantelli di pelo, ma che sconfinasse fin dentro l’arte della guerra: dell’animale a quattro zampe infatti quei bipedi guerrieri sembravano aver ereditato fierezza e abilità.
Ora, non è che faccia proprio un bell’effetto pensare a come, in questa impari guerra fra straordinariamente potenti (l’esercito stelle e strisce armato di cannoni e fucili) e straordinariamente deboli (le tribù dei nativi e le loro frecce), a fare la parte dei cattivi fossero chiamati rappresentanti di quella fetta di società “colored”, puntualmente reietta dalla liberale società americana.
Spiegarne i motivi potrebbe esulare dal senso di questo articolo, certo è che, tralasciando l’aurea leggendaria con cui sovente vengono agghindati i “Buffalo Soldier”, non è difficile comprendere come, anche in questo caso, si decise scientemente di far combattere ai poveri una vera e propria guerra fra poveri, magari nella speranza di una “vicendevole auto-estinzione” .
A conferma di questa che potrebbe sembrare una tesi azzardata, durante l’intero percorso di vita del 10° Reggimento di Cavalleria, ci sono testimonianze di innumerevoli episodi di razzismo.
D’altronde, il pregiudizio razziale, collante basilare della società statunitense di quegli anni, non poteva non attecchire nel suo habitat più congeniale, ovvero fra le fila di quell’esercito che da sempre coltiva il mito della differenza, sia essa sessuale (gay), religiosa (ebrei) e, ovviamente, di razza (neri).
I Buffalo Soldiers subirono non a caso veri e propri attacchi da parte della popolazione in Texas, stato per antonomasia razzista fin nel midollo. Pur se celebrati come “fieri e abili guerrieri”, ai Buffalo Soldiers non fu concesso di partecipare alla Prima guerra mondiale se non come membri di unità nere segregate destinate al combattimento (carne da macello per caso?).
All’inizio del XX secolo la storia non cambia di una virgola: i Buffalo Soldiers vengono utilizzati esclusivamente come forza lavoro o come truppa di servizio. Addirittura, nella seconda guerra mondiale, il reggimento fu smantellato escluse due divisioni che operarono nel Pacifico e la 92ª Divisione di Fanteria, soprannominata la Divisione dei Soldati Bisonte (Buffalo Soldier Division), che combatté durante la Campagna d’Italia (è di questo manipolo di uomini che parla Spike Lee).
Quello che però resta ancora irrisolto è senza dubbio il loro ruolo: furono l’eccezione nel clima di discriminazione della società statunitense oppure, leggendo fra le righe della canzone di Bob Marley, furono soltanto costretti a lottare per la vita di qualcun altro?





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