L’Amazzonia è minacciata dall’etanolo. Il biocarburante estratto dalla canna da zucchero vive un boom straordinario nel Brasile del presidente Luiz Inacio Lula da Silva.
I brasiliani hanno mostrato per primi che il loro parco macchine può andare con motori ”flex”, usando indifferentemente benzina o alcool di canna da zucchero come carburante.
Tutte le piantagioni di caffè, di arance, di caucciù, che diversificavano il paesaggio dell’interno di San Paolo sono scomparse: la canna e’ diventata una monocoltura immensa che si sviluppa sempre più in ogni angolo del gigante sudamericano.
Ma il moltiplicarsi a dismisura delle piantagioni ha già raggiunto il più grande “polmone verde” del pianeta: nello scorso mese di aprile sono stati persi 1.123 km quadrati di foresta per lasciare spazio alla coltura.
Originarie degli stati di San Paolo, Minas Gerais e del Nord-Est (Bahia, Pernambuco), le piantagioni di canna si sono estese a macchia d’olio alla regione centrale brasiliana (Goias e Mato Grosso do Sul), verso il cuore dell’Amazzonia.
Il raccolto nell’Amazzonia legale (5 milioni di kmq) è aumentato quasi del 10 per cento, arrivando ad oltre 19 milioni di tonnellate. Il presidente Lula nega che la produzione di biocarburanti stia pregiudicando l’Amazzonia, ma uno studio del suo stesso ministero dell’agricoltura ammette il contrario.
Dati dell’Embrapa (Impresa Brasiliana di Ricerca Agricola), infatti, indicano che le coltivazioni di canna da zucchero stanno invadendo il bioma amazzonico.
Nell’Acre, ai confini con la Bolivia e il Perù, sono sorti dal nulla a spese della foresta dei ”canaviais” (piantagioni di canna) che produrranno l’anno prossimo tre milioni di tonnellate di canna da zucchero.
Roraima, regione amazzonica ai confini col Venezuela, ha in progetto di sfruttare le sue zone naturali di savana con piantagioni di canna.
A Presidente Figueiredo, città 100 chilometri a nord di Manaus, capitale dell’Amazzonia brasiliana, la ”Jayoro” e’ già la maggiore agroindustria amazzonica: ha in previsione di produrre 7 milioni di litri di biocarburante per la fine dell’anno.
Altrettanto si può dire per la soia, uno dei principali prodotti agricoli del paese, fonte primaria di reddito da esportazione e settore protetto da alleanze politiche e commerciali sempre più solide.
Secondo dati ufficiali resi noti dall’Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali, lo Stato leader in materia di distruzione delle foreste è il Mato Grosso.
Il suo governatore, Blairo Maggi, nonché proprietario del Maggi Group, il più grosso produttore privato di soia al mondo, promuove la deforestazione legale a favore dell’agricoltura e dell’allevamento.
Si tende ad immaginare il tentacolare stato del Mato Grosso, nel Brasile centro-occidentale, come una sorta di paradiso, almeno da lontano.
La lussureggiante foresta pluviale nel bacino del Rio delle Amazzoni attraversa lo stato, come fa l’erbosa savana brasiliana o cerrado.
Pappagalli, giaguari e puma sono solo alcune delle numerose specie rinvenute nella savana, considerata una delle zone più biologicamente variegate nel mondo, cui si aggiungono specie a rischio di estinzione come il crisocione, il formichiere e la lontra gigante di fiume.
Il paesaggio, tuttavia, si sta alterando a vista d’occhio mentre vasti campi di germogli di soia e ranch di bestiame vanno sostituendo praterie e foreste.
Grazie al diffuso terrore per la malattia della mucca pazza, i produttori di soia hanno beneficiato di una crescente domanda, proveniente dai paese ricchi, di carne bovina prodotta con mucche nutrite con soia piuttosto che con mangimi di origine animale.
Questo è solo l’ultimo di una serie di fattori che hanno permesso alla società André Maggi Group di capeggiare, insieme col governo brasiliano, l’espansione della soia in Mato Grosso e negli stati adiacenti nelle ultime due decadi, con conseguenze allarmanti.





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