Bermuda, camicia, fazzoletto d’ordinanza e cappello costituiscono l’abbigliamento adatto per affrontare ogni capriccio del tempo e ogni difficoltà dell’essere esploratori. Semplice, esenziale ma soprattutto comoda, questa moda si è affermata anche grazie ai Boyscout, oggi trentotto milioni sparsi in duecento paesi del mondo.
Nel 1899 durante la guerra anglo-boera in Sudafrica, Sir Robert Baden-Powell, ufficiale dell’esercito britannico, iniziò ad appuntare su fogli di carta da lettera, idee per trasformare la violenza della guerra in qualcosa di positivo. Soggetto delle sue riflessioni furono i ragazzi, forse per impedire che si arruolassero in massa nelle forze armate. Pensò di creare gruppi, di insegnare come cavarsela in ogni situazione e di far amare la natura e l’avventura in uno spirito sereno e amichevole.
Il 1° agosto 1907 sull’isola inglese di Brownsea, venti ragazzi – le ragazze vennero ammesse poi – montarono sei tende, messe a disposizione dall’esercito che appoggiò Sir Powell. Durante il campo, gli esploratori impararono a costruire ponti con rami d’albero, zattere e attrezzi, sperimentarono le loro abilità e provarono l’emozione di accendere il fuoco senza cerini e di vivere all’aria aperta. Il rigore militare non abbandonò Sir Powel che lo utilizzò per trasmettere ai suoi allievi il rispetto in tutte le sue forme, creando unità e facendo sbocciare negli animi ideali nobili. Alla fine dell’esperimento, un uomo aveva realizzato il suo sogno: venti ragazzi trasformarono un Sir in un mito e un movimento giovanile era pronto ad attraversare i continenti.
Così il 1° agosto 2007 si festeggia il centenario dei Boyscout che dal 1907 ringraziano e ricordano il loro fondatore nella Promessa, giuramento che ogni matricola fa per entrare a far parte di questo gruppo speciale. Lo spirito pionieristico di Powell è ancora presente vicino ai ragazzi di oggi visto che le regole vengono lette a ogni nuovo membro e sono prese dal libro Scoutismo per ragazzi, scritto dal fondatore cent’anni fa. Altre abitudini che vengono tramandante da un secolo sono il suonare e il cantare insieme e il tenere un diario personale dove lasciare libero spazio alle sensazioni e alla poesia.
“Sono sulla vetta della montagna e come un’aquila regalmente osservo il panorama sconfinato, lo spettacolo immenso che fa annegare e perdere i miei occhi. Spiego le ali, le correnti mi sostengono, volo tra realtà e fantasia fuori e dentro il mio spirito. Come sono piccolo di fronte al creato e quanto è grande la mia anima se penso di appartenere alla vita. Mi sento forte, vivo, sento l’appartenenza a tutto ciò che mi circonda. Ringrazio per l’esperienza che sto provando, per le scoperte che faccio, sono uno scout con i mocassini. I miei compagni stanno preparando i falò, le loro risa mi riportano alla realtà, seduto su un masso a contemplare l’orizzonte. Canticchiano, si fanno scaramucce, condividono relax e divertimento. Spero che questi attimi, questi sentimenti spontanei e veri, non vengano contaminati dalla superficialità e dall’ignoranza”. (Alessandro).
Non ho mai avuto il piacere di vivere un giorno da scout, ma leggendo queste parole, nel diario di un capogruppo, resto affascinata dalla sensibilità e dalla profondità d’animo che si possono acquisire provando a stare senza comodità nella bellezza della vecchia e saggia Madre Terra.
Raduni, festeggiamenti e visite-pellegrinaggio all’isola di Brownsea faranno onore ai cento anni dell’opera umanitaria più conosciuta e amata al mondo, con l’augurio che i compleanni da festeggiare siano illimitati.





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