Davvero la curiosità e l’ingegno conclusivo di Thomas Stamford Raffles, giovane funzionario della Compagnia inglese delle Indie orientali e vicegovernatore di Giava, rivelarono fiuto straordinario e spirito ardito.
Senz’altro capitale che l’orgoglio, la sana ambizione e capace di dare ascolto alle dicerie popolari, nel 1814, inviò H.C.C. Cornelius, ufficiale del genio militare, in una delle tante collinette nel cuore dell’isola, dove si raccontava potessero essere sepolte centinaia di statue di Buddha.
Se non fosse stato per la tenacia di Raffles e l’obbedienza di Cornelius, quel patrimonio sarebbe rimasto sommerso dalla terra. Sotto un sole implacabile bagnato da un’umidità insopportabile, l’ufficiale trovò una rovente vegetazione, montagne di terra e qualche pietra squadrata.
Giorni e giorni di duro lavoro solo per avvelenare gli animi e far soffrire il corpo. Ma gli ordini sono ordini, e questi pressavano da Djakarta, incessanti fino a quando fu dissotterrata una statua di Buddha finemente lavorata.
Cornelius, infervorito da quella prima scoperta, intensificò le ricerche. Non lo sapeva, ma si trovava di fronte a quel gioiello dell’architettura e della scultura mondiale: il più vasto insieme di bassorilievi buddisti che esista al mondo: Borobudur, Monastero sulla collina. Boro (monastero), budur (collina).
In posizione dominante sull’isola di Giava, a 40 chilometri da Jogjakarta, eretto nell’VIII secolo, non solo è un inno a Buddha ma racconta anche la storia dei giavanesi dell’epoca. Sacro e profano, quindi sul Borobudur. Un eterno contrasto visibile nelle gallerie e nelle nicchie nascoste dentro le muraglie.
I bassorilievi raccontano quanto fosse temibile la dinastia di quell’epoca: i Sailendra. Guerrieri armati di spade di diverse goffe, archi di bambù, imbarcazioni usate per saccheggiare i paesi vicini e riportarne le ricchezze per edificare il Borobudur.
Nonostante il carattere guerriero della civiltà giavanese dell’epoca, gli artisti non erano inclini a scolpire scene di guerra. Allora presero a raccontare la vita quotidiana.
Contadini a torso nudo con solo un perizoma, fanciulle adorne di gioielli che portano offerta al bodhisattva, futuro Buddha, abitazioni su palafitte, palanchini. Ma soprattutto uccelli, cerbiatti e vegetazione. Amore per la natura che ancora oggi appartengono solo a Giava.
Quando Raffles lasciò l’isola i lavori cessarono. Il tempio venne abbandonato mentre ladri e collezionisti depredarono reperti archeologici, le pietre furono usate per costruire le case e gli agenti atmosferici corrosero le parti esposte.
Nei primi del Novecento, sotto il dominio olandese, ripresero i lavori di restauro, ma due guerre mondiali affossarono il tutto e il Borobudur ritornò nell’ombra. Bisogna arrivare al 1973 e all’intervento dell’Unesco per far conoscere al mondo intero lo splendore eretto a simbolo dell’universo.
Su una superficie di 16 mila metri quadrati, il tempio piramidale si compone di dieci livelli che corrispondono alle tappe spirituali della vita del pellegrino buddista: dall’ignoranza al Nirvana. I primi sei sono quadrati: la fase preparatoria del viaggio (terra). Sopra, i quattro circolari, simboleggiano la transizione spirituale (cielo).
Il punto più elevato del tempio, 36 metri di altezza è lo Stupa della Beatitudine Assoluta.
Anche se i giavanesi sono in gran parte musulmani, in realtà la religione è molto sincretica: culto degli antenati, buddismo Mahayana e sivaismo (onorano il dio Shiva) tingono fortemente la vita di questa popolazione.
Mai arte e religione hanno trovato un connubio tanto vicino al cielo come il Borobudur, uno dei monumenti più antichi dell’intera Asia, simbolo di una universalità senza frontiere geografiche, religiose e culturali.





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