Varcare l’oceano è sempre un’avventura. Certo ai giorni nostri la comunicazione permette di seguire tutto in diretta. Esssere sul campo però, è un altro pianeta. Una ragazza italiana ci fa da guida nella California dei miti del cinema, questa volta in direzione della cultura universitaria, ossia Berkley e Stanford. La prima, fronte baia di San Francisco, la seconda, adiacente la città di Palo Alto.
Quasi due modelli educativi che si scrutano. Dalle colorate colline di Oakland, dove appunto è stata fondata (nel 1868) la più antica e importante delle università californiane, all’isolamento di Palo Alto, dove vie tutte uguali conducono a dodici corsie di autostrada: un campus attrezzato ma immerso nella pace, a volte troppo assordante, di infiniti spazi collinari.
Silvia Carnio, neo-dottoressa di ricerca, ha potuto vedere e toccare entrambe le realtà. Ha condiviso alloggi. Ha vissuto i controsensi di biblioteche aperte anche 24 ore su 24, ma senza la possibilità di un caffé caldo inore notturne. Difficile per noi europei, abituati come siamo a godere di spazi senza agglomerarti urbani, abituarci a quest giganti nel deserto.
Sign.na Carnio, quant’è rimasta alla Stanford University? Sono andata negli Stati Uniti per uno scambio culturale. Ci sono rimasta dieci mesi. Più che il campus della Stanford University, il mio ambito di lavoro era l’Ospedale dei Veterani di guerra di Palo Alto.
Che impressione ha avuto della Stanford? Un camping di lusso in mezzo al nulla. Stanford si trova nel cuore della Sylicon Valley. La città di Palo Ato è a circa un’ora di strada da San Francisco, ed è ben poco servita. C’è un solo treno ogni ora, dei lentissimi autobus che si fermano ogni poche centinaia di metri, e dopo mezzanotte, non c’è più niente. Culturalmente parlando, è una realtà chiusa e frequentata da gente benestante. Nulla a che vedere con il clima arioso di Berkley.
Può spiegarci meglio la differenza? A Berkley, università pubblica, sono “molto intelligenti ma con i piedi per terra”, ti conferma chiunque sia interrogato a questo proposito. Dicono che “a Stanford, privata, la gente è esaltata, abituata ed educata ad arrivare prima e poi finisce inevitabilmente dallo psichiatra”. All’università non ci sono neri ma praticamente solo bianchi e asiatici (gente con il cash). Non c’è nessun tipo di multiculturalità. Una bici usata costa 220 dollari “perché se sei studente di Stanford, te la puoi permettere” come mi sono sentita dire.
Quale differenza ha riscontrato tra il mondo universitario italiano e quello statunitense? Sul fronte ricerca, dove io ho operato (e non a lezione nei campus), posso dire che la prima grande evidentissima differenza è che in America ci sono i soldi e questo permette di pensare in grande, per spazi, attrezzature e come stimoli e gratificazioni per chi vi lavora. Gli investimenti poi, portano a scoperte che apportano nuovi fondi e questo permette di creare poli di importanza internazionale dove è promosso lo scambio di persone, di idee e che dà stimoli incredibili. Il lavoro è considerato importante e questo lo rende edificante e gratificante allo stesso tempo, e in un ambiente come quello della ricerca dove le insoddisfazioni sono all’ordine del giorno, è un aspetto molto importante. In italia non è (ancora) così sia per fondi che per mentalità.





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