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Balcani: la diversità, separa o unisce? - foto : Prizren (Kosovo), la moschea di Sinan Pascia - Foto tratta da Wikipedia
Prizren (Kosovo), la moschea di Sinan Pascia - Foto tratta da Wikipedia

Balcani: la diversità, separa o unisce?

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Gli stati si dividono. I collanti si allentano. Nascono nuovi muri per dividere. Viviamo in un mondo che lotta sempre più per le proprie indipendenze, eppure nella Comunità Internazionale, la parola d’ordine è “coabitazione multi-culturale”. Qual è la direzione che il mondo sta percorrendo?

Ci risponde Marco Mayer, funzionario ONU in Kosovo dal 1999 al 2002, e docente alla facoltà di “Operatori di pace, gestione e mediazione dei conflitti” di Firenze, nonchè capo del gabinetto dell’Assessore della Regione Toscana, Massimo Toschi.

Prof. Mayer, è realmente possibile essere tutti parte di un mondo comune o la gente si ferma troppa in superficie senza approfondire le radici che ci dividono?
Le identità mutano con il tempo e con i contatti con gli altri, ma restano un punto essenziale. Anche in paesi di immigrazione come gli USA o Israele, il processo di ”melting pot” è relativo, resta un certo attaccamento alle nazionalità di origine. Non si tratta di inseguire la figura retorica del cittadino del mondo, ma di vivere la propria identità con apertura: l’orgoglio per le proprie radici non deve trasformarsi in senso di superiorità o desiderio di sopraffazione.

Nel suo libro “Intervento umanitario e missioni di pace, scrive “Ignorando le diversità, si finisce per non parlare”. Secondo lei, la gente ha voglia di parlare di argomenti diversi della propria identità? I giovani in particolare sono curiosi e hanno anche molta voglia di esplorare. Ma questo discorso vale finché ci si sente sicuri. Quando scatta la paura (sostantiva o anche solo percepita), la chiusura in se stessi (e la reazione difensiva in termini di aggressività) è un inevitabile riflesso. Il monopolio della chiusura mentale ad ogni modo, non è certo di sola competenza occidentale. Nelle tante sfaccettature delle culture orientali, la chiusura (anche nazionalistica) è molto forte e diffusa.

La parola “etnico” viene spesso mal digerita. Da dove nasce tutta questa avversione? Le comunità che definiamo etniche sono quelle più sfortunate perché non sono riuscite a diventare “nazioni” o meglio (perché il termine nazione ha troppe interpretazioni) Stati o comunità sub-statali.

Lei ha operato come funzionario ONU in Kosovo dal 1999 al 2002. Qual’era il suo compito? Come si è trovato? Ho avuto molti compiti, dalla riconversione dell’UCK alla tutela dei monasteri serbo ortodossi fino alla cura di relazioni “difficili” di una città divisa come Mitrovica. Sono stato più di tre anni, una bella esperienza professionale e umana con un po’ di fastidio per le ricette preconfezionate che gli organismi internazionali tendono a riproporre ignorando i contesti: leggendo qualche documento che avrebbe dovuto orientare la mia azione, si poteva essere indifferentemente in Kosovo, Guatemala o RDC: l’appiattimento è un dato caratteristico delle burocrazie globalizzate come spiego nel libro.

Del Kosovo e dei Balcani non si sente più nulla. Come giudica la situazione attuale? Ha i connotati di una polveriera, o la situazione è tranquilla come non ci fanno vedere? E’ a macchia di leopardo, con qualche progresso, ma con situazioni croniche che si trascinano da anni e che sembrano trascinarsi all’infinito. Pesa moltissimo la crisi dell’Europa che poteva rappresentare un elemento propulsore.

Dopo i ben noti fallimenti di Ruanda e Srebrenica e tante altre situazioni imbarazzanti, che possibilità ha l’ONU di guadagnare effettiva credibilità di fronte alle popolazioni locali? Se il mondo andrà veramente in una direzione multipolare con paesi come India, Cina e Brasile in posizioni di reale influenza, potrebbe esserci un interesse a valorizzare l’ONU come forum di cooperazione multilaterale, ma non dimentichiamoci mai che si tratta di un organizzazione di secondo grado: chi conta sono gli Stati. Al contrario di quando si è scritto da mille parti, la globalizzazione non ne ha affatto toccato la centralità, anzi contano ancora di più specie in una fase di crisi. Del resto cosa sarebbe UNIFIL senza l’Italia o la Francia?

Poco tempo fa sono stati assassinati in Russia la giornalista Anastasia Baburova e l’avvocato Stanislav Markelov. In Armenia esiste una legge che vieta di tenere riunioni, assemblee, raduni e manifestazioni. Quanto la censura di stampa può influire sulla conoscenza e sui pregiudizi che abbiamo? Il mondo è pieno di silenzi e di luoghi comuni, rigiro a lei la domanda: perché la stampa indipendente è così debole quando la rete multimediale e il web 2 offrono opportunità mai conosciute prima? Forse il potere dei media segue le dinamiche proprie di qualunque organizzazione di potere, e la logica di queste dinamiche prende il sopravvento sulla voglia di informare.

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LIBRI

Intervento Umanitario e Missioni di Pace

"Intervento Umanitario e Missioni di Pace" di Marco Mayer - Carocci, 2005

Le nuove guerre

"Le nuove guerre - La violenza organizzata nell\'età globale" di Mary Kaldor - Carocci, 1999



3 commenti a “Balcani: la diversità, separa o unisce?”

  • Raffaele Coniglio alle ore 10:48 am scrive:

    Gentile Direttore,
    ho scoperto oggi il suo sito. Sono tante le storie raccontate da un punto di vista molto interessante. Vi ho inserito tra i miei link preferiti per leggervi più spesso. Io parlo e racconto di Kosovo, dove ho lavorato come cooperante per tre anni.
    Cordialmente
    Raffaele Coniglio

  • Luca Ferrari alle ore 11:35 am scrive:

    Ciao Raffaele, grazie per i complimenti e ricambio. Ho visto il tuo blog davvero interessante. Inserirò il tuo blog sul mio e te lo segnalerò quanto prima…un caro saluto

  • maccai x alle ore 11:33 pm scrive:

    Io penso che due cose diverse non possono stare insieme. Kosovo e Serbia non hanno niente in comune, e sono due stati diversissimi tra di loro.

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