Punto primo: “Tuck under thumb and hold firmly”. Siamo in un ristorante. Cinese. Il cameriere ha appena portato due ciotole di riso e spaghetti di soia alle verdure lasciando sul tavolo delle buste rosse dalla forma sottile e allungata.
Le istruzioni disegnate sul retro della confezione indicano una mano con due asticine tese fra l’indice ed il pollice.
La mano agile separa. Prende. Arrotola bocconi di cibo senza il minimo sforzo e usando tutta la pazienza di tre sequenze didascaliche, cerca a suo modo di insegnarci l’arte del mangiare all’ orientale.
Le forchette sono alla nostra sinistra, i coltelli a destra. Ci guardano. Li guardiamo. Ma stavolta loro resteranno a sghignazzare sulla tovaglia mentre noi sceglieremo di imparare finalmente qualcosa di nuovo.
Chopsickcs, zhu, kuaizi oppure ashi? Le “bacchette”, infatti, non sono solo cinesi e soprattutto non sono solo semplici utensili da tavola. La prima grande divisione di genere riguarda la distinzione in bacchette cinesi e giapponesi. Nel primo caso si parla di “kuaizi”, nel secondo di “hashi”.
“Zhu” è il nome originario dei kuaizi che vanta oltre 3000 anni di storia ed una tradizione definitivamente fissata sotto la dinastia Shang (1600-1100 a.C.). I cinesi sono particolarmente fieri delle loro usanze, in questo campo ben più antiche e popolari delle rivali giapponesi coreane e vietnamite.
Parlando di bacchette, infatti, saltano subito fuori i nomi del Liji (il sacro libro dei rituali) e del Shiji (il libro della storia cinese), per togliere ogni ombra all’ autorevolezza delle tradizioni made in China.
La loro preziosità varia in base al materiale utilizzato ed al tipo di decoro. In questo campo il primato spetta ai “bamboo chopsticks”, più economici, pratici da usare perché il cibo alla giusta temperatura non scivola dalla superficie legnosa e più igienici se usa e getta.
Altri materiali utilizzati per la produzione di bacchette sono la plastica. Alternativa ottima ai prodotti naturali sul piano della pulizia, l’acciaio, l’avorio ed infine l’oro.
Gli hashi giapponesi vantano invece il primato sul piano della qualità. Nella terra del Sol Levante mangiare è un gesto d’arte, con delle regole e un rigore senza appello intriso di superstizione e religiosità. Ad esempio le bacchette non devono mai essere conficcate nel cibo perché in questo modo, si invita lo spirito dei defunti a prendere parte al banchetto.
Stesso avvertimento vale per gli inguaribili romantici in vena d’Oriente: mai prendere i bocconi con le bacchette di entrambi, altrimenti si rischia di evocare le ossa dei morti a cui questo gesto è decretato. Altri divieti? Leccare gli hashi, impugnarli, rivolgerne la punta contro qualcuno.
Sono in genere più sottili dei kuaizi, più acuminati e con una doppia punta. Inoltre anche le lunghezze sono inferiori alla media cinese, meno lunga per le donne ed ancor meno per i bambini che afferrano i bastoncini da due piccoli anelli posti al centro.
Utili ai più piccoli, ma anche a tutti i neofiti dell’etichetta nipponica, sono inoltre le scalanature poste all’estremità dei “suberi dome”, una speciale varietà di hashi, pensata per i principianti.
Tra i tanti disperati commentatori dei blog, c’èchi giura sia riuscito a superare ogni difficoltà grazie all’uso di questo semplice e pratico espediente!
Quindi, dopo aver preso tutte le opportune precauzioni accompagnate da una buona dose di informazioni specifiche, ai più agguerriti non resta altro che rimboccarsi le maniche e seguire le istruzioni.
“Add second chopstick…”





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