E’ come se ci fossero da sempre. Il suono, ipnotico e ripetitivo, del didgeridoo –strumento musicale aborigeno- si perde lontano nel tempo. Hanno almeno 40.000 anni. Forse di più.
Per decine di migliaia di anni hanno creduto di essere gli unici abitanti della terra. L’esistenza è sempre limitata, inutile chiedersi cosa possa contenere un altrove che non conosciamo.
Profondamente immersi nel dreamtime, il tempo del sogno. Quell’immaginifico tempo prima del tempo, durante il quale il mondo era altro. Un mondo abitato da esseri metafisici -divinità diremmo noi occidentali-, abitanti senza forma che non potevano avere né sembianze né nomi. Il tempo del sogno, il tempo prima del tempo e prima del mondo.
Un momento eterno durante il quale divinità che si auto sognavano, danzavano sulle terre emerse, lasciando tangibili segni delle loro movenze che oggi possiamo ammirare: montagne, laghi, alberi. Tutto fa parte di un precedente momento rispetto alla creazione. Qualcosa, un dio, un essere primordiale, un totem, si è seduto proprio lì dove oggi c’è, ad esempio, una collina.
E il didgeridoo, strumento musicale divino, con il suo monotono, quasi metafisico “did geri duuu” “did geri duuu”, che sentiamo provenire chissà da dove nelle calde notti dell’outback, ci racconta senza parole il tempo del sogno.
Senza parole: non hanno cultura scritta gli aborigeni, ma una radicata e profondissima oralità. Storie straordinarie tramandate in decine di migliaia di anni e che oggi si stanno perdendo. Un dramma per la cultura del mondo.
Alcuni tenacissimi anziani sono oggi responsabili della tradizione, sono i custodi dei racconti, i custodi del tempo del sogno.
Non avendo letteratura hanno sviluppato altre forme d’arte. Affinandole con un’eleganza primitiva senza pari. Come chi viene privato dell’udito e deve per forza sviluppare altri sensi. La parola ad esempio E lo farà in modi diversi rispetto a chi ha le orecchie buone, perché il suo handicap non gli consente di relazionarsi con sé stesso. Un sordo che parla lo fa diversamente. Diversamente abile si dice. Arricchimento per tutti, diversità da cogliere.
E loro, privati della parola scritta, hanno sviluppato una forma d’arte, quella pittorica, che parla da sé ed è estremamente peculiare. E’ tutta loro, è l’arte aborigena. Forme stilizzate e animali come fossero fotografati ai raggi x. Usano ancora tecniche che per loro sono tradizionali e che per noi occidentali, ironia della sorte, sono invece estremamente recenti.
Riempirsi la bocca di pittura e spruzzarla sulla superficie. Modi di fare arte antichissimi per loro e modernissimi per noi.
L’umanità si perde nel tempo, le culture sono tutte, nel fondo, identiche. Pittura sputata, come fanno i bimbi, come farebbero i vecchi. Torniamo a noi stessi, facciamo le stesse cose. Chi prima chi poi. La generazione perduta è un abominio, una macchia indelebile e un suicidio dell’umanità.





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