Volti la faccia da una parte, poi dall’altra. L’aria che penetra dalle tue narici è quella della tua terra, però le facce che ti circondano non sono simili a quella che vedi ogni mattina allo specchio.Sentimento di un aborigeno perso. Sentimento di chi lentamente vede la propria cultura agonizzare e morire.
Questo succede in Australia, dove gli esperti hanno stimato che prima dell’arrivo di noi visi pallidi centinaia di lingue diverse risuonavano libere. Molte hanno già esalato l’ultimo respiro e solo poche dozzine rimangono precariamente in bilico sul baratro dell’oblio.
Ma se per mano nostra molte tribù hanno perso tutto è anche vero che qualcuna di loro resiste con forza: nella zona desertica nell’ovest del continente si parla, per esempio, ancora orgogliosamente il Pitjinjara. Tremila persone agguerrite usano questa lingua e non hanno intenzione di smettere.
“Io parlo Pitjinjara da quando ero una bambina e sono cresciuta sempre parlando Pitjinjara che è la mia lingua madre – afferma una donna del posto – la nostra lingua è molto importante per noi e al momento questo sentimento è forte, sperando di tenerlo vivo nelle generazioni a venire”.
Purtroppo, però, solo il New South Wales ha adottato politiche di prevenzione riguardo alla perdita della lingua aborigena, anche se altre zone si stanno comunque attivando per dare una mano a queste popolazioni.
Perché spesso i pericoli provengono anche dall’interno. È così, infatti, che il Governo della terra dei canguri ha messo in piedi un progetto per aiutare le donne aborigene che nelle proprie tribù subiscono violenze domestiche.
Alle volte la vita può essere ancora più crudele di quanto non lo sia già: studi hanno rivelato che le indigene australiane sono soggette a un rischio di violenza domestica cinquanta volte superiore rispetto alle donne non aborigene.
A cinquecento chilometri a sud-est di Darwin sorge proprio un centro che le soccorre. Quattro semplici containers protetti da un’alta rete di filo spinato. Diapositiva che spiega bene che tipo di difesa bisogna mettere in pratica in aree devastate dall’abuso di alcol e droghe.
E le donne, ovviamente, sono le vittime predestinate. “Quando sono qui, sanno d’essere al sicuro”, afferma Cathy Huddleston, coordinatrice del progetto.
Un piccolo rifugio per angeli dalle ali spezzate. In un inferno che era paradiso.




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Ho letto con estremo interesse questo articolo, che tocca un argomento per il quale sono sensibile.
La realtà aborigena non é poi diversa dagli Indio del sud America, dagli Indiani Americani, dagli Eschimesi del Canada, dai Maori della Nuova Zelanda e dagli africani del Sud Africa.
A volte mi chiedo se il progresso sia stato veramente un bene o se lo sia stato solo per chi si espandeva a scapito di chi veniva fatto sparire.
Un abbraccio
Gionata