Fra le figure dimenticate dei grandi esploratori italiani, primeggia, in una nicchia impolverata della memoria collettiva, l’icona di Augusto Franzoj, viaggiatore, avventuriero, uomo libero e, a modo suo, reporter ante litteram.
La sua figura ha ispirato moltissime delle avventure letterarie di Emilio Salgari, suo contemporaneo, ed è stato lui stesso un notevole scrittore, raccontando con estrema dovizia di particolari le terre da lui esplorate e visitate.
Augusto Franzoj nasce a San Germano Vercellese il due ottobre milleottocentoquarantotto da una famiglia di lunga tradizione nobiliare e notarile.
Allo scoppio della Terza Guerra di Indipendenza, nel giugno milleottocentosessantasei, si arruola volontario.
Le sconfitte di Custoza, Lissa e l’armistizio di Cormons, gli provocano un forte risentimento nei confronti della classe politica dirigente.
Si avvicina alle idee repubblicane, viene arrestato e mandato in un battaglione di disciplina al confine francese e, successivamente, trasferito al forte di Rocca D’Anfo, a Gaeta e a Venezia.
Depresso e sopraffatto dallo sconforto tenta il suicidio sparandosi un colpo di pistola in pieno petto.
Scarcerato, viene mandato a Torino dove inizia a frequentare le squallide soffitte degli scapigliati e inizia la collaborazione con i giornali rivoluzionari e anti monarchici La Gazzetta del Popolo, La Pulce e il Ficcanaso.
Nel milleottocentosettantadue nella tipografia di quest’ultimo giornale fanno irruzione cinque ufficiali e malmenano un tipografo.
Franzoj li raggiunge alla birreria Prussia e li sfida a duello. Vince tutti e cinque i match letali e scappa in Svizzera, poi in Belgio e in Spagna.
La sua attenzione si rivolge al continente africano, alle gesta dei famosi esploratori che popolano le cronache del tempo.
Nel milleottocentoottantadue parte per l’Etiopia con il nobile proposito di restituire ai famigliari di Chiarini (esploratore italiano morto in quelle terre d’Africa) le sue spoglie.
Parte senza nessun patrocinio, senza l’appoggio di nessun governo. Si addentra nei selvaggi territori interni dell’Etiopia. Scrive due meravigliosi libri, un misto di cronaca, saggio, aforisma colorato: Continente Nero e Aure africane.
Torna in Italia, va a Chieti dalla famiglia del Chiarini. Il sindaco gli conferisce la cittadinanza onoraria. Poi è a Torino, infine a Vercelli, dove viene accolto come un grande eroe. Giornalisti, letterati e intellettuali iniziano ad interessarsi alla sua figura.
Incapace di rimanere fermo, tenta una seconda spedizione africana passando per Aden, Gibuti e Massaua (dove viene espulso dal comando militare italiano per le sue idee e i comportamenti troppo “libertari”).
Dopo un breve soggiorno italiano, intraprende un viaggio in Brasile e in Argentina, si addentra nell’Amazzonia e rientra in Italia stremato, febbricitante.
La stampa si interessa sempre meno di lui, il suo Diario in Amazzonia viene quasi ignorato.
Sfida ufficiali e nobili a duello quasi incapace di contenere la sua irascibilità e la sua inquietudine.
Sogna continenti misteriosi, luoghi caldi e sconosciuti, passeggia nervoso per le zone del Monferrato, dove si è trasferito con la moglie e un figlio piccolo.
La sua stella si sta spegnendo, ma nonostante tutto Franzoj continua a cercare nuove pulsioni.
Aderisce al Partito Socialista, ma senza prenderne la tessera (dichiara infatti: “non sono schiavo di nessuno, nemmeno della libertà”) e partecipa alle agitazioni sociali del primo Novecento.
Accasciato da un’artrite deformante, ossessionato dall’idea di non aver saputo cogliere in pieno il senso di libertà e di pacificazione interiore, il tredici aprile millenovecentoundici sale su un colle vicino a San Mauro Torinese.
Con estrema lucidità appoggia la canna di due rivoltelle alle tempie e spara contemporaneamente.
Anticipa così, ad un solo mese di distanza, il gesto estremo di Emilio Salgari, il grande scrittore di romanzi d’avventura, che si era fortemente ispirato ai viaggi di Franzoj per scrivere i suoi libri.





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