In molte città d’Italia, in questa settimana si stanno celebrando incontri sul tema degli Armeni. La giornata odierna, il 24 aprile, viene riconosciuta e commemorata nel ricordo del genocidio armeno del 1915-16.
La storia è nota, alla fine dell’800 i Turchi iniziano a reprimere con la violenza le aspirazioni indipendentiste armene. Il primo apice lo si raggiunge nel 1886 quando cinquantamila armeno vengono uccisi, come risposta alla loro occupazione della banca ottomana di Istanbul.
Con il 900, i Giovani Turchi, un gruppo di intellettuali e di ufficiali dell’esercito, agiscono per trasformare l’Impero in una monarchia costituzionale. Nuove spinte irredentiste, sostenute prima dai russi e poi dai francesi, portano la Turchia a una deportazione di massa della minoranza.
Nella tragica marcia dall’Anatolia ai deserti della Siria e della Mesopotamia, trecentomila nazionalisti armeni vengono massacrati. Ma le stime (cadaveri) sono destinate ad aumentare, e secondo alcune fonti, si arriverà a sfondare il numero di due milioni di vittime
Ad oggi, il governo di Ankara continua ancora a rifiutare di riconoscere il genocidio armeno, affermando che tale strage fu dovuta a un guerra civile accompagnata dalla carestia e dalle malattie, e che i numeri sono stati molto ingigantiti.
Quest’ultimo passo ricorda molto quello che hanno detto certi criminali nazisti sugli ebrei. Come se non bastasse, l’argomento è tabù in Turchia. La magistratura infatti, punisce con l’arresto e la reclusione fino a tre anni anche il solo nominare in pubblico l’esistenza del genocidio degli armeni, in quanto gesto anti-patriottico.
Lotta di numeri. Lotta di responsabilità. Minimizzazioni. Se nemmeno la morte trova la pace, ci può essere speranza per noi, umili vivi?
Non è passato molto tempo, da quando il 16 agosto 2004, il ministro tedesco Heidemarie Wieczorek-Zeul presentò le sue scuse ufficiali alla Namibia, per il genocidio (ammesso e riconosciuto) ad opera del generale Lothar Von Trotha ai danni della tribù dei Herero, nel 1904.
I muri sono destinati a cadere. Alcuni con la forza. Altri con la ragione. Forse un giorno Istambul lo riconoscerà. O più malinconicamente, troverà una scappatoia per dire che ci furono certe responsabilità ed entrerà nell’UE. Questa è la logica del mercato.
C’è una grande fetta di mondo insepolto. Un esercito di morti che vaga per mari, cieli e terre, in attesa di un briciolo di umanità. Di ammissione di colpa. Di giustizia, quantomeno morale.




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