Pasquale aveva pantaloni a scacchi bianchi e neri e una maglietta bianca. Stava dietro al banco in uno spazio così piccolo, appena oltre la porta d’ingresso, che ci potevano entrare insieme sì e no quattro persone.
Stava lì, tra quelle quattro mura piastrellate di bianco fino a metà parete, alla luce di un neon e faceva hamburger per la gente della Reeperbahn. Ma non era andata sempre così. In altri tempi gli era andata meglio (o peggio, secondo i punti di vista): aveva fatto il chiavatore al Salambo.
Ad Amburgo c’è questo quartiere, St. Pauli, e nel quartiere questa strada, la Reeperbahn, che sono il cuore a luci rosse della città. Quello che è sorprendente è che l’atmosfera non è sordida come ti puoi aspettare.
La strada è ampia, percorsa incessantemente da macchine, e sui marciapiedi, in mezzo a sexy shops ed a cinema porno, si aprono teatri nei quali vengono dati spettacoli di grido (Cats, da mesi, a quel tempo, per fare un esempio).
Le insegne al neon la ravvivano, la sera, e c’è un’atmosfera allegra, frenetica: coppie a passeggio, turisti, “buttadentro” che invitano ad entrare nei locali con spettacoli a luci rosse, bar, ristoranti, sexy shops, “signorine” a fine lavoro che se ne vanno a casa, altre che arrivano, altre che aspettano sulla porta dei locali.
Tutto senza pudori né ipocrisie; tutto (o quasi) alla luce del sole, anzi delle insegne al neon colorate. Se vuoi ti fai una passeggiata e basta, anche con la famiglia, o vai a teatro; altrimenti… Lì sul marciapiede, tra un sexy shop ed un cinema, sotto l’insegna Food Palace, lavorava Pasquale.
L’insegna era pretenziosa, invero, perché il Palazzo del Cibo altro non era che una stanzetta di pochi metri affacciata sulla strada, nella quale si friggevano hamburger poi venduti a tipi di tre categorie. Quelli che preferivano farlo a stomaco pieno; quelli che, dopo, gli veniva appetito; quelli che né l’uno né l’altro perché erano lì per dare un’occhiata.
Eppure, l’insegna denotava ambizione, sfrontatezza ed una predisposizione innata per il marketing. Che probabilmente Pasquale neppure sapeva di avere e certo nemmeno l’aveva mai sentito nominare… il marketing.
Avrà avuto 30-35 anni, Pasquale, e la faccia da italiano del sud, di quelli arrivati in Germania con la valigia di cartone e, appena scesi da un treno che non arrivava mai, accolti da un parente, o un amico, o un paesano che stava già lì e che gli aveva promesso che in Germania avrebbe trovato lavoro.
Aveva i capelli corvini e qualche ruga che gli solcava il volto, la barba rasata male e dura di quelle che dopo ci devi riaffilare il rasoio e la voglia di parlare con noi, ragazzi italiani entrati lì, al Food Palace, per farci un hamburger. In mezzo al biondume tedesco che gli dava da vivere ma non gli piaceva.
Così, tra un hamburger e l’altro, parlava un po’ in italiano, interrompendosi spesso per rispondere a qualcuno in tedesco e servirlo, senza farlo aspettare. Sai come sono precisi i tedeschi. Aveva fatto tanti mestieri. Ma soprattutto aveva fatto quello.
“Quando sono arrivato qua mica ce lo avevo questo posto. No: questo lo ho fatto da due anni. Quando sono arrivato mi sono dovuto arrangiare. Ho fatto di tutto, tutti i lavori che questi non volevano fare. Bitte, ein hamburger, ja! Tanto non capiscono un c…!”.
Ho addentato l’hamburger. Buono. Con cetriolini e cipolla. Altro che Mac! E che hai fatto? “Il manovale, il muratore, varie cose. E poi il chiavatore. Al Salambo. Per un anno. Quello si che è un bel locale”.
Lo abbiamo guardato sbalorditi. Paolo per poco si strozzava con un boccone. Lui parlava e friggeva e serviva e incassava i marchi. Con le stesse mani che usava al Salambo. “E sì, non trovavo lavoro e allora mi sono presentato lì, un po’ più avanti. Cercavano uno e mi hanno preso”.
Eravamo gli unici italiani lì dentro. C’era qualche turco, quelli non mancano mai in Germania. Soprattutto in posti così. Come gli italiani, del resto. Poi tedeschi. Ma il racconto era solo per noi.
“Facevo tre spettacoli al giorno. Però era faticoso. Dopo un anno ho lasciato e coi soldi che ho guadagnato ho aperto questo. Oh, qui è tutto mio, eh! Bitte, hamburger, fraulein! Le cose non vanno male adesso, tanto questi non capiscono un c…: vengono qui si ubriacano, chiavano, poi non stanno in piedi e vanno a casa a vomitare! Io appena possono torno in Italia. Faccio un po’ di soldi e torno”.
Buoni gli hamburger, Pasquale. “Eh, beh, a questi non li puoi fregare, gli devi dare roba buona, sennò è finita. Scusate… Ja, ja!”.
Una bionda di mezz’età rideva, nell’attesa, con l’uomo che la accompagnava. Senti, Pasquale, tu che conosci, che sei del posto, che ci consigli? Siamo in vacanza.
“Ascoltate ammè: fatevi una passeggiata, guardate, divertitevi, ma non vi fate fottere. Se vi chiamano dentro a qualche locale, voi ringraziate, sorridete, tanto questi non capiscono un c…, ma non ci entrate. Non ci entrate, avete capito?”
Avevamo capito, sì, mica avevamo fatto l’università per niente. Figurati. Ma Pasquale, che veniva da un’altra università, aveva capito al volo che non avevamo capito abbastanza.
“Se proprio volete vedere qualcosa andate al Salambo, su questo lato, un po’ più avanti. Entrate, vi prendete una birra, vi piace la birra? Qui la fanno bene, eh! Pagate, vi sedete e guardate e quando è finito ve ne andate. Ma state attenti: guardate è basta, non ci andate con queste. Sono tutte puttane. Puttane figlie di troia”.
Sulla strada, oltre la porta, le macchine si incrociavano procedendo lentamente nei due sensi; i buttadentro invitavano ad entrare nei sexy shops e nei peep shows; neon rossi, gialli, verdi, arancioni riflettevano le loro luci nelle vetrine.
Un tifoso dell’Amburgo con la scritta Westkurve sulla schiena del giubbotto di jeans passeggiava con quattro amici; un gruppo di Hells Angels faceva rombare le Harley al semaforo; i turisti passeggiavano; le coppie passeggiavano.
Qualcuno, ogni tanto, entrava al Food Palace e si faceva un hamburger.






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Complimenti bel racconto.