Devo interrompere il declino dell’universo, o concedere al mio volere il diritto di sfruttarmi come una miniera di raggi di sole? Oggi avrei voluto essere in armonia, e invece proverò continui desideri di scoperta senza conoscerne l’effettivo estuario. Non sono ancora riuscito a entrare. Però da qualche parte io ci sono. E proseguirò camminando ancora a dispetto di qualsiasi posizione delle mie mani.
E’ una calda giornata estiva nella realtà veneziana, e mai mi aspetterei di ritrovarmi scaraventato in lontanissime realtà. Ma così succede. Potere dell’arte. Potere della fotografia e del suo autore. Entrato nel Padiglione dell’Asia Centrale della 53° Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, vengo subito rapito da un’opera in particolare.
“Bus stops” recita la didascalia, di Jamshed Kholikov, artista tagico che vive e lavora nella capitale dello stato asiatico, Dushambe. Decine e decine di immagini di fermate d’autobus nelle tre repubbliche ex-sovietiche. Immagini che rimandano a mondi. A contesti di vita a me estranei. Ad attese. A città. A frammenti di converrsazioni.
Da dove partire? Non c’è dubbio. Tre cavalli in simil mosaico precedono ogni altro edificio. Lì dietro pare ci sia la nebbiolina. Non so dove si trovino. Certo è che trasmettono voglia di correre. Alcune fermate rimandano a un evidente influenza islamica, un’altra all’India (sarà anche per i colori della balausta superiore che sono quelli della sua bandiera).
Una grande colomba (della pace) marmorea immortalata in una bigia giornata richiama alle difficoltà del suo simbolismo più nobile. E’ come se fosse circondata, e tenuta d’occhio. Ci sono anche due gigantesche falci e martelli, tenuti uniti da un tettuccio, per proteggere le persone dentro la panchina interna.
Strutture ricavate dalla pietra. Una piccola casetta, con a fianco la parte superiore di un furgoncino. Mi ricorda la locandina del film Into the wild (2007), di Sean Penn, dove si racconta la storia di Chistopher McCandless, partito per il viaggio della vita nel cuore dell’Alasaka.
Sono talmente concentrato in ciò che vedo, che mi par di sentire i brusii nelle lingue locali delle persone, e io che li ascolto, senza capire un accidente. E poi d’improvviso, il rumore di una frenata, la porta che si apre, e una nuova destinazione che si spalanca nei miei nuovi orizzonti più vicini.
L’apogeo della strada si configura con la libertà di decidere istintivamente. La conquista della saggezza è un mondo senza riparo dove la terra non fa carriera ai danni delle lacrime perpendicolari all’occhio più lontano. Il suono onomatopeico dei binari più umani, mi ha condotto fin qua. Dovunque ognuno immagini di voler essere.





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