Stretti nei nostri cappotti cerchiamo uno spiraglio di calda luce. Semplice e ordinaria storia d’italiani alle prese con un inverso estremamente rigido.
Ma come sempre dovremmo rivolgerci al mondo per vedere se il nostro lamentarci non sia più che altro un capriccio.
Una piccola tragedia nel mentre si sta consumando infatti in Alaska e la questione si fa seria per gli abitanti delle zone rurali: sfamare i propri cari e morire di freddo, oppure riscaldare casa e morire di fame.
La sfida di questa pazza natura coglie in pieno la famiglia della signora Ann Strongheart.
Ci troviamo nel villaggio di Nunam Iqua e il negozio più vicino è a un’ora e un quarto di distanza da qui.
Quattrocento dollari per fare la spesa per una settimana (il doppio di ciò che si spendeva due anni fa).
Ovviamente si compra solo ciò che è trasportabile tramite motoslitta e quasi mai frutta e verdura visto che le impossibili temperature del ritorno sarebbero letali per questi alimenti.
Aggiungiamoci cinquanta dollari per dare da bere al mezzo di trasporto e millecinquecento dollari al mese per il riscaldamento.
La loro storia e quella degli altri residenti sono comunque tinte di coraggio: gente semplice, che si adatta facilmente vivendo di ciò che da sempre si riesce a raccogliere, cacciare o comprare.
Addirittura molti di questi abitanti parlano ancora lo Yup’ik, l’idioma delle antiche tribù.
Una storia, una tradizione in bilico tra la saggezza popolare e la lotta contro le avversità:
“Per tutta l’estate – afferma Cindy Beans, abitante del luogo – facciamo scorta di pesce, durante l’autunno cacciamo gli alci e poi piazziamo reti sotto il ghiaccio per l’inverno. Ma adesso questo cibo è l’unica cosa che noi abitanti abbiamo da quando non riusciamo a comprare ciò che ci serve”.
Addirittura suo fratello ha rischiato uscendo a meno venti gradi per vedere se le reti poste in precedenza avevano già intrappolato del pesce.
“La vita qui è sempre stata difficile – continua Cindy – e adesso lo è ancora di più”.
E questa tragedia scorre nelle voci della radio locale, tramite uno spazio apposito messo in piedi dall’abitante di Emmonak, Nicholas Tucker:
“La sua famiglia è senza cibo da tempo – parlando di uno dei casi più disperati – il loro bimbo di un anno non può mangiare, non riescono a procurare il latte e non hanno idea di quando riusciranno a comprarne”.
Altri singhiozzano la loro disperazione:
“Adesso non possiamo riscaldare la casa durante il giorno, solo per cena. Se non ci fosse la mensa scolastica i nostri figli rimarrebbero a digiuno”.
Gli aiuti statali per il riscaldamento non sembrano migliorare la situazione e lo stato di calamità non può essere ancora dichiarato per una vecchia legge concernente un calcolo meramente burocratico.
La politica si sta muovendo in una lotta contro il tempo.
Qui si muore di freddo. E questa volta non è un modo di dire.





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