Lashkargah (Afghanistan), sabato 4 agosto ’07. L’associazione umanitaria Emergency annuncia che sono riprese le attività cliniche nell’ospedale cittadino. Poco dopo, sopraggiungono i primi pazienti.
Si conclude così, in maniera definitiva, un periodo che aveva visto il governo afgano e l’ONG italiana ai ferri corti in seguito all’impegno dell’associazione nella liberazione del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo.
Tutto aveva avuto inizio quando il manager dell’ospedale di Emergency a Lashkar-gah, Rahmatullah Hanefi, che aveva lavorato per la liberazione del giornalista, venne incarcerato lo scorso 20 marzo a Kabul con l’accusa essere stato coinvolto nel rapimento.
La stessa ONG venne additata dal direttore dei servizi segreti afgani, Amrullah Saleh, di fiancheggiare i terroristi e gli uomini di Al Qaeda.
A quel punto, per questione di sicurezza, tutti gli internazionali abbandonarono le strutture sanitarie di Emergency presenti sul suolo afgano e la stessa liberazione di Ramatullah, divenne impegno prioritario per l’intera ONG.
Il 19 giugno scorso, Ramath è stato liberato. Come anticipato a inizio articolo, Emergency ha ripreso ad operare a pieno ritmo.
La situazione in Afghanistan però è sempre molto critica. La realtà quotidiana parla di continui scontri militari fra l’esercito afgano alleato agli eserciti occidentali contro i talebani. Le cronache raccontano che attentati e bombardamenti aerei sono ormai all’ordine del giorno.
Sia la capitale Kabul che Kandahar sono praticamente circondati da territori in mano ai Talebani. Lashkargah è una città blindata: esercito e polizia pattugliano in continuazione le strade. Coprifuoco alle h. 22. Evidente ostilità da parte della popolazione nei confronti degli occidentali come reazione alle numerosissime vittime civili (in particolar modo bambini).
È in quest’ultima cittadina, nella provincia di Helmand, che nel settembre 2004 è stato inaugurato il terzo centro chirurgico, dopo quelli a nord del paese, di Anabah e Kabul.
L’idea di costruire un ospedale in quest’area nacque dalla doppia considerazione di offrire un’assistenza sanitaria anche all’etnia più numerosa del paese (pashtun), oltre tutto in una zona del paese estremamente carente sotto questo aspetto. Gli ospedali più vicini infatti si trovano ad Herat e Kandahar, il che significa anche molte ore di viaggio per trasportare i feriti dai villaggi più lontani.
Dal punto di vista tecnico, la struttura è costituita da un monoblocco centrale e da palazzine accessorie (officine, uffici, etc.) situate all’interno, in un ampio giardino alberato in prossimità del fiume Helmand.
Nel blocco centrale trovano posto il Pronto Soccorso, le due sale operatorie, la terapia sub-intensiva, quattro reparti di degenza, fisioterapia, radiologia, laboratorio, farmacia e servizi diversi (cucina, mensa, stores, etc.). Sono presenti una sala studio e giochi per i bimbi ed una moschea.
Nell’area è presente anche un FAP (First Aid Post) a Grishk, cittadina a circa due ore di auto da Lashkargah, epicentro regionale di azioni belliche. Ad oggi, la sola attività extra-ospedaliera è una clinica all’interno del carcere cittadino. Qui si svolge assistenza sanitaria per i detenuti. Sono anche in costruzione nuovi servizi igienici delle carceri.
Nella struttura ospedaliera, che porta il nome di uno dei più grandi giornalisti e uomini di pace del nostro tempo: Tiziano Terzani, lavora una maggioranza di locali (duecento) supportati da uno staff internazionale (in prevalenza italiani). Compito principale di questi ultimi, oltre a garantire uno standard qualitativo di livello occidentale, è la formazione del personale locale.
Pochi mesi fa, terminato il periodo di chiusura forzata, Alberto Landini, chirurgo ortopedico milanese, insieme all’infermiera Ines Verzini e Claudio Gatti, logista-amministratore, ritornarono a Lashkargah per riaprire l’ospedale e svolgere il suo lavoro di medico.
Dott. Landini, com’è la giornata tipo di un chirurgo a Lashkar-gah? “La giornata inizia con la relazione e discussione dei pazienti arrivati nelle precedenti ventiquattro ore. Segue giro visita e sala operatoria. Nel pomeriggio, ambulatorio. Il tutto, salvo le urgenze diurne e notturne, spesso frequenti”.
Cosa si prova a fare il suo lavoro in un mondo “un po’” diverso dai nostri policlinici? “In primo luogo la sensazione di tornare a fare la propria professione liberamente senza i pesanti condizionamenti di natura burocratico-amministrativa che ormai prevalgono nella sanità italiana.
In secondo luogo, il recupero del rapporto umano con pazienti e collaboratori, ormai in gran parte perso nei nostri ospedali. Infine, la stretta e amichevole collaborazione quotidiana con tutto lo staff, probabilmente legata alle comuni motivazioni che hanno indotto questa scelta”.
Per l’appunto, perché questa sua decisione di partire con Emergency? “Le motivazioni generiche sono sia di natura cosiddetta “umanitaria” che legate alle non più soddisfacenti gratificazioni professionali del lavoro in Italia.
La scelta specifica di lavorare con Emergency piuttosto che con altre organizzazioni sanitarie è determinata sia da affinità ideologiche (considerazione della guerra come l’atto più aberrante concepito dall’uomo) che dal modus operandi. Portare in questi paesi una sanità assolutamente gratuita e d’alto livello qualitativo è un progetto realizzabile solo gestendo in proprio gli ospedali in cui si lavora”.






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