Sorprende un po’ il Cile: hanno perfino una presidente donna! Esempio peraltro emulato poco tempo fa anche dalla vicina Argentina. Ma purtroppo, in Cile come in quasi tutta l’America Latina, il problema più diffuso è il classismo e l’enorme divario tra chi è ricco e chi è povero.
La classe media quasi non esiste, in questa parte del mondo, e nella storia è stata soprattutto la classe media quella che ha trainato le riforme e i grandi cambiamenti. Il caso cileno, letto in quest’ottica, forse è solo il risultato di una persona, che purtroppo non è rappresentativo della realtà della maggior parte delle donne della popolazione.
Al di là delle differenze tra donne povere e donne ricche; proviamo a soffermarci un momento a pensare alle donne mapuche, o di altre popolazioni originarie. Il dramma della doppia discriminazione: perché donna e perché “indigena”. Si sente tantissimo questa discriminazione.
Questo per non tornare sempre al tema della violenza domestica: ne sono vittima un numero imprecisato di donne cilene, solamente i casi che terminano con la morte della donna sono all’incirca uno in settimana. Anche in Cile non esiste una legge per sanzionare la violenza domestica: ce n’è una sulla violenza all’interno della famiglia.
Questo può voler dire anche violenza sui minori, o contro gli anziani: nei fatti però, sono quasi sempre solo le donne ad utilizzarla. E se il problema è quello della violenza di genere, perché non si può varare una legge per punire quest’ultima, e chiamare le cose con il loro nome? Il problema c’è, è inutile continuare a girarci intorno.
Resta poi da segnalare, in una società militarizzata come quella cilena, la difficoltà nell’avere accesso alla giustizia. Già non è facile per una donna denunciare una violenza, immaginatevi se a scrivere la denuncia trovate un funzionario che vi risponde di tornare a casa e cercare di non far arrabbiare il marito.
Perché alla fine, si sa, “se non lo avessi fatto arrabbiare lui non ti avrebbe fatto niente”.
Oppure provate a denunciare vostro marito, carabiniere, a un suo collega. O peggio: a un suo superiore.
Al di là del tema specifico della violenza, i dati studiati dal World Gender Gap per l’area latinoamericana presentano delle rassomiglianze fra di loro: per esempio, si tende ad aver raggiunto la parità di diritti per quanto riguarda salute e istruzione. E non è da poco.
In alcuni casi poi, nell’ambito dell’istruzione si dovrebbe quasi cercare di fare un passo indietro, per poter avere più appartenenti al genere maschile in determinate categorie: se è vero che sono poche le donne ingegneri, per esempio, almeno si può dire che ci sia sensibilizzazione sui lavori che tradizionalmente erano svolti dall’uomo.
Non funziona al contrario: quanti assistenti sociali uomini ci sono, per esempio? O traduttori? Molto pochi. Forse bisognerebbe anche lavorare su questo, tanto in America Latina quanto nella nostra Italia. Perché sono pochi gli uomini che studiano traduzione, e nessuno li incoraggia a farlo, come invece magari avviene al contrario, per le donne?
L’abisso che resta poi da colmare è invece in tema di diritti politici e dei lavoratori. Non solo è più difficile l’entrata nel mondo del lavoro per le donne, ma anche i salari sono molto inferiori, a parità di mansioni, rispetto ai colleghi maschi.
Il tasso di disoccupazione femminile italiano, secondo questi dati, si attesta all’11 %, mentre per gli uomini si parla di un 6 %; per le guatemalteche, che secondo il World Gender Gap si trovano in una posizione 22 volte inferiore a quella italiana, il tasso di disoccupazione si aggira al 4 % (quello dei guatemaltechi è al 2 %).
In proporzione, non siamo poi così distanti. Peccato che ci stiamo confrontando con il paese che versa nelle condizioni peggiori in tutta l’area.
C’è la difficoltà, oltre a trovare lavoro, di riuscire a combinarlo con una famiglia. Sono tutti temi che toccano tanto noi, italiani-europei, che loro, latinoamericani. Ci sono più somiglianze di quanto si pensi.
Nella politica, come abbiamo accennato, alcuni miglioramenti si sono avuti, soprattutto in Cile, con la Bachelet, e in Argentina, con la Kirchner: ma restano comunque due casi in tutto un subcontinente.
E quand’è che si potrà parlare di un caso italiano analogo, con una presidente del consiglio donna? (2. fine)





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