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8 marzo: essere donna in America Latina 1

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Essere donna in America Latina è meno peggio di quanto si possa credere: è quanto emerge dai dati del rapporto annuale del 2007 presentato dal World Gender Gap, ente che si occupa di monitorare la situazione delle donne in 128 paesi considerando quattro variabili: partecipazione economica e opportunità di lavoro, istruzione, sanità, partecipazione politica.

Si calcolano i quattro indicatori, per poi arrivare ad una media. Il valore che ne risulta varia da 0 a 1, dove 1 significa uguaglianza tra i due generi. I risultati possono stupire: tra i paesi dell’America Latina (centro America, Messico, Caraibi, e sud America) il posto migliore per le donne è Cuba; all’ultimo posto, invece, il Guatemala.

Non sorprende il risultato del Guatemala: questo paese, insieme allo stato messicano del Chihuahua e Ciudad Juarez, sono i luoghi dove più donne vengono assassinate impunemente.

Secondo i dati di Amnesty International del 2007, solamente tra gennaio e settembre ne sono state uccise più di 270. Se fate i conti, sono un po’ di più di una al giorno. Non solo: non esiste una legge contro la violenza domestica.

In Guatemala, uno stupratore può evitare la pena se decide di sposare la vittima; le molestie sessuali non sono riconosciute come reato; persino picchiare e stuprare la moglie non è ritenuto reato dal codice penale.

Nei casi di ragazze minorenni, viene considerato stupro passibile di sanzione solo se la minorenne è reputata “onesta”. Ma chi è che si può arrogare il diritto di decidere se una ragazzina è onesta o meno? Che cosa vuol dire onesta, poi, in questo contesto? Vengono i brividi solo a pensarci.

Nel 1994 il Guatemala, insieme a numerosi altri paesi dell’area latinoamericana, ha firmato la Convenzione Interamericana Belém do Pará, convenzione sorta proprio per sanzionare la violenza di genere.

Firma a vuoto: dal 2002 un decreto legge proposto per fare entrare in vigore la convenzione è fermo, e chissà se il nuovo presidente, eletto verso la fine dello scorso anno, farà qualcosa al riguardo.

Certo non se la passano molto meglio le colleghe in Cile, El Salvador, e Nicaragua: con l’aborto fuori legge molte sono ancora quelle che perdono la vita per interruzioni di gravidanza illegali, compiute di nascosto e con metodi che ricordano i tempi prima della 194 in Italia.

Il Nicaragua poi, è un caso a parte: ha avuto una legge per l’aborto terapeutico (per salvare la vita delle madri in situazioni di gravidanze estremamente a rischio), solo fino a novembre del 2006, quando questa è stata abolita dal partito di turno perché si andava alle elezioni.

Così facendo i politici si sono assicurati i voti dell’elettorato cattolico estremista e sono tornati al potere. Intanto si sono già avute le prime vittime: la prima in assoluto è stata una giovane di 16 anni e in gravidanza a rischio.

In un paese estremamente povero e con una prevenzione pari a quasi zero, come si fa a evitare la gravidanza? Tornando alla ragazza sedicenne, sono morti entrambi, lei e il bambino che aspettava: questo è il destino di chi è povero e non può permettersi neanche di spostarsi nel confinante Costa Rica.

Ma torniamo per un attimo ai dati del rapporto, e vediamo di fare un paragone anche con l’Italia, in modo da renderci conto della situazione partendo da un mondo che conosciamo. Nel rapporto l’Italia si aggiudica il posto 84.

Per quanto riguarda l’area latinoamericana, è stata preceduta da: Cuba (22), Colombia (24), Costa Rica (28), Argentina (33), Panama (38), Giamaica (39), Ecuador (44), Trinidad e Tobago (46), El Salvador (48), Venezuela (55), Suriname (56), Repubblica Dominicana (65), Honduras (68), Paraguay (69), Brasile (74), Perù (75), Uruguay (78), Bolivia (80).

Dopo l’Italia troviamo solo: Cile (86), Nicaragua (90), Messico (93), Belize (94), e Guatemala (106). (1. continua)

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"Patagonia Express" di Luis Sepúlveda - Guanda, 1999

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