Martedì, 06 Gennaio 2009

Storie

La moschea di fango di Larabanga - Foto tratta da Wikipedia
11.11.2008

Ghana, la tecnologia che avvelena

di Francesco Bizzini

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Definire il terzo mondo come la più grossa pattumiera dei paesi industrializzati è oramai un assunto inattaccabile.

Sbagliato sarebbe però pensare che il contenuto di questa inerme discarica sia, quasi cinematograficamente, abitato da barili gialli di rifiuti tossici con sopra il marchio inequivocabile del teschio.

No, anche ciò che abbiamo ora sotto i polpastrelli diventerà protagonista dell’inquinamento di quelle suggestive e povere lande.

Infatti, Greenpeace, che ha divulgato uno studio compiuto dal loro team di scienziati, evidenzia che in Ghana esiste una pericolosa attività di riciclaggio illegale nociva per la salute delle persone e dell’ambiente.

Le due aree esaminate sono state il mercato di Agboblogshie nella capitale Accra e un’area della città di Korforidua ed hanno evidenziato una contaminazione del tutto preoccupante e che non può essere ignorata.

I campioni sono stati prelevati sia nel luogo dove i rifiuti tecnologici vengono bruciati, sia in una laguna sempre ad Abogblogshie ed i risultati non dovrebbero fare dormire sogni tranquilli alle amministrazioni locali.

I metalli tossici e altre sostanze pericolose imperano: il piombo, anche in quantità cento volte superiore rispetto a zone non contaminate, e gli ftalati, sostanze che addirittura possono interferire con il sistema riproduttivo.

Le diossine clorurate, anche se presenti solo in un campione, non mancano di fare capolino nell’elenco.

Quindi niente barili, niente simboli “ossuti” di morte, ma semplicemente containers pieni di tecnologia d’ogni genere proveniente dai paesi industrializzati e pronta a essere smaltita impropriamente in terra africana (e non solo).

I controlli chiaramente latitano.
Il tutto arriva in loco con la dicitura “beni di seconda mano” e passa qualsiasi controllo andandosi poi a riversare nei luoghi dove la povertà è più accentuata.

Infondo il riciclo c’è, peccato che le norme di sicurezza siano praticamente inesistenti: giovani operai trattano e bruciano a mani nude i componenti tecnologici per estrarre alluminio e rame da rivendere poi a due dollari ogni cinque chili.

Greenpeace è chiara sulla soluzione che si potrebbe intraprendere per evitare questi danni che uniscono in un destino comune gli uomini e l’ambiente.

Le aziende produttrici dovrebbero impegnarsi a eliminare dai propri componenti elettronici le sostanze pericolose per poi gestire integralmente un riciclo consono per ogni prodotto messo sul mercato.

Di certo un’attenzione che ha un costo. Ma un costo che salva vite umane.

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