Hodeida, in riva al Mar rosso. Distese di palme e cemento. Il porto vecchio e l’arrivo delle barche dei pescatori. E’ venerdì giorno di preghiera e di mercato. Le donne sono più spigliate, gesticolano, parlottano in una lingua tutta sussurri e grida.
Seppur musulmane non tutte portano il velo nero. Molte usano abiti coloratissimi. Siamo di fronte all’Africa, si sente l’odore, si vedono i colori. Nella fascia costiera di Tihamah, le case lungo la via sono di fango col tetto di paglia e la vegetazione è fitta.
Di nuovo dune di sabbia marrone, villaggi schiacciati dal sole coi cammelli ancorati alle case. Una notte di luna piena all’aperto su letti tenuti insieme da corde di canapa in compagnia di capre. Poi, all’alba su per le montagne verso Bayt al-Faqih.
Tranquillo e assonnato durante la settimana, il venerdì si vende e si compra di tutto. Un brulichio di gente e di mosche in un caldo infernale. Capre, galline, mucche, pecore, agnelli, dromedari, galli. Cesti, vestiti, spezie, dolci, pezzi di ricambio per auto e camion.
Al mercato del qat è il caos totale. Enormi sacchi di foglie, bustine rosa, uomini in turbante che contrattano, altri masticano con la guancia rigonfia come un pallone. Seguo un profumo dolciastro fino a un capannello di donne dalla gote color curcuma.
Comprano mazzetti di “khadi”, il fiore che mettono tra i capelli sotto veli o cuffie di plastica. Frivolezza permessa dal Profeta, come per l’hennè. Basta tenerli per qualche ora e dall’immancabile “hijab” che copre la testa, si spande una dolce fragranza.
Col mio mazzetto di khadi riprendiamo la strada per Jiblah, regno della regina Arwa. Arroccata sul fianco della collina e incastonata nella stretta vallata, la città affascinò Pasolini che girò al suo interno molte scene del film “Il fiore delle Mille e una Notte”.
A piedi, attraverso una vecchia porta, si entra nella “città bianca”, ferma nel tempo. Stradine scoscese, strette scalinate, moschee, minareti colorati, scuole coraniche. Le case-torri in pietra e ornate si fondono col paesaggio verdeggiante delle terrazze coltivate.
La prima luce del mattino comincia a filtrare col suo colore d’ambra. Bellezza padrona di questi luoghi. Dai campi coltivati a strade di montagna, da villaggi aggrappati alle rocce ai wadi dei fiumi. Terra, roccia, case, muri, finestre. Tutto è ricco di ricami e decori.
È come se le colline si fossero aperte creando palazzi, moschee, scalinate, strade acciottolate, alberi, vallate dove un tempo scorrevano fiumi. Paesaggi e panorami lasciano senza parole.
Fino all’arido e profondo sud verso Taiz, ai piedi del Jabel Sabir. Sulla via, capanne di paglia e gente dalla pelle scura. Carovane di asini carichi di vasellame di coccio, stoffe, monili, pentole e cianfrusaglie di plastica.
Taiz che si distinse come capitale della dinastia dei Rasulid di cui resta la bellissima moschea Al-Ashrafiya è oggi un immenso mercato. Si estende tra le due porte Bad el-Kebir e Bab Mussa ed è ricco di monili, armi, costumi, stoffe, cesti di vimini. Animali.
Pile di pani dorati e fumanti, carriole di cavoli e mele. Sotto grandi ombrelloni mucchi di pomodori, peperoncini verdi, cipolle. Penetranti fragranze muscose e dolci del cibo cotto. È il suk delle donne. Vengono dal monte Sabir.
Tanto abili nel contrattare, da vendere le merci al mercato al posto degli uomini. Vestono con vivaci stoffe colorate e spesso non portano il velo sul viso. I loro capelli sono però sempre coperti come prescritto dal Corano.
Belle e ardite coi loro vistosi abiti damascati, donne di montagna, vigorose e profumate. Il contorno degli occhi bistrati dal “khol” e i rametti di basilico sulle orecchie. Qui, padrone assolute d’ogni pietra, d’ogni gesto. D’ogni sguardo.
L’aereo sorvola San’a. Si mostra per l’ultima volta. Gli occhi non sanno dove posarsi. Non ci sono comignoli o tetti solo fondali bianchi in cima a palazzi di favola. Svettano tra angoli, stradine, minareti, polvere, spazzatura e sacchetti di plastica blu.
E pensi alle donne, misteriose creature velate che al tramonto sembrano svanire nei vicoli. E pensi a te, donna d’occidente, una sorta di terzo sesso, per cui tutto è permesso. Viaggiare, fotografare, parlare. Vivere e raccontare un sogno.





Organizza il tuo viaggio
Prenota il tuo volo
Prenota il treno
Rent a car




Bellissimo.
Conto di andarci, ma intanto ne ho respirato gli odori, ne ho visto i colori, mi sono immersa in una civiltà così distante da noi.
Grazie Marisa, lo Yemen è veramente un “luogo a parte”. SPero che tu possa visitarlo e viverlo di persona.
Marta