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Wilsons Promontory, Australia

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“Perché va a sud ora che è inverno? Avrà bisogno di almeno due sacchi a pelo”, mi dicono i noleggiatori del camper con cui sto per partire da Sydney. Ma la meta è fissata: si va a sud, al punto più a sud dell’isola Australia senza staccare i piedi dal suolo. Si va a Wilsons Promontory.

Non esiste paese che sia caleidoscopico come l’Australia, con panorami che non conoscono monotonia e che staccano dal pascolo alla radura, dalla foresta alle spiagge candide. E quest’avvicendarsi di scenari è reale, lì oltre il finestrino, a mano a mano che il camper macina chilometri di asfalto. L’aereo accorcerebbe di gran lunga i tempi; ma L’Australia va vista sulla strada, lontano da percorsi prefabbricati.

Se c’è una cosa che non si può non amare di questo paese è proprio l’attenzione al visitatore “fai da te”. Una presenza costante di riferimenti che invoglia a una dimensione di viaggio, lasciata all’imprevisto.

Tant’è che uscire da Sydney è forse il passo più intricato dell’intero percorso, con il traffico nei pressi dell’imbocco autostradale e una pianta urbana irregolare. Certo, questa tratta ha il merito di allargare la vista su una realtà altra della città dell’Opera House: quella della periferia. Casette di legno basse, quasi fossimo in un far west, di fronte a un mare, che si riconosce a vista, pieno di pescecani.

La distanza fisica da percorrere, se si filasse dritti lungo la Monaro High Way, si esaurirebbe con un monte chilometri alle spalle inferiore ai mille; ma tra Sydney e Wilsons Promontory si frappone la curiosità vagabonda. Così il primo stop è nei pressi di Ulladulla, a meno di 250 chilometri dalla partenza.

Si tratta di una sosta obbligata, un po’ a bocca storta: il sole sta calando ed è a chiare lettere proibito guidare di notte nell’outback, fuori città. Così ci spingiamo senza alcuna aspettativa verso il belvedere di Tabourie Lake. Lo stupore è tale da indurci a pernottare.

Non c’è motivo infatti per cui un viaggiatore non dovrebbe fermarsi qui almeno fino all’alba del giorno dopo. Il tramonto è viola, tinto di sfumature nuove agli occhi europei. Così come le nuvole sembrano articolarsi in disegni, sparpagliate ad arte o stese ad ampie file, a raggiera.

Lasciamo il camper in una zona attrezzata e ci mettiamo a camminare lungo il lago, verso il mare. Oltre l’amalgama delle acque dolci e salate, su una distesa di sabbia senza fine, scopriamo alta, smisurata e soffice un’oasi verdissima. Non ci sono altri profili umani: siamo soli, di fronte alla visione di una natura di cui ci sentiamo ospiti.

Si respira calma, si ascolta in silenzio l’infrangersi delle onde al di là di quell’oasi che, nei contorni arrotondati, tanto ricorda Ayers Rock. La meraviglia non lascia parole, come se stessimo ritessendo un legame profondo con le radici del nostro essere. Creature disorientate in grembo alla terra: dove sono gli uomini? Non qui, siamo soli nella natura.

Forse è proprio il silenzio a dissetare chi cerca l’essenza di questo paese.

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LIBRI

Diario d’acqua

"Diario d’acqua. Viaggio a nuoto attraverso la Gran Bretagna" di Roger Deakin - EDT, 2011

Un anno in otto ore

"Un anno in otto ore" di Dario Sorgato - Gruppo Albatros Il Filo, 2006



2 commenti a “Wilsons Promontory, Australia”

  • caterina alle ore 6:56 pm scrive:

    La foto, da sola e indipendentemente dal proprio valore artistico, vale un viaggio in Australia.
    I colori del cielo sono di una bellezza sconcertante e trasmettono un tipo di energia molto forte, di intensità superiore a quella prorposta dai cieli europei.

    Grazie
    caterina

  • Marina alle ore 11:01 pm scrive:

    Grazie a te Caterina di aver letto. Hai proprio ragione, il cielo è la prima cosa che stupisce quando si arriva qui.

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