Fumi di navi, groviglio di sampan, fragori di motori e lamiere sbattute, stormi di uccelli. Su ponti, palazzi e scafi, acrobati sospesi nel nulla. Saigon river, un’officina dove si costruisce il nuovo Vietnam.
Ho Chi Minh Ville s’allunga sul delta del Mekong col chiasso di motorini, camion e sorde sirene di battelli sotto un cielo velato dall’afa. Sull’acqua sfilano chiatte stracolme di riso e galleggiano houseboats dove si cucina e si fa il bucato. Si vive.
Sono centinaia lungo le rive melmose. Pura follia, penetrare nel ventre liquido di Saigon con una piccola barca lungo il Song Sai Gon. Ti affidi all’uomo senza età che pagaia in piedi sotto il cappello a cono. Caronte con occhi a mandorla.
Voragini di luce e ombre. Là, dove l’acqua del fiume respira con la folla di volti assonnati nei primi segni di un’alba pigra, priva d’aria. Case su palafitte e case galleggianti che ospitano chi non trova posto sotto un tetto di cemento a Ho Chi Minh Ville.
Sorrisi e cenni del capo tra i canali di barche ingentilite con piante e voliere. Tende colorate, amache, balconi dai quali vedere il fiume. Perchè il fiume è degno di rispetto e dona vita. Annusi l’aria alla ricerca di odori, ascolti le voci, avverti l’umido calore che t’avvolge.
E’ il popolo che vive sull’acqua. Nelle sampan, puzzle di storie, ritagli di vita quotidiana. Immagini. Il risveglio, bimbi sull’amaca, abiti appesi, sguardi curiosi e rassicuranti. Donne in cerca di molluschi immerse fino al collo, altre sfilano sui ponti cariche di merce.
Cholon, l’altro ventre di Saigon, si snoda lungo tre vie parallele, boulevard Hung Vuong, boulevard Nguven Trai e boulevard Tran Hung Dao. Il cuore della comunità cinese nascosto nelle kashba dei mercati in perpetuo movimento.
Un quartiere ancora oggi chiuso e inquietante. Binh Thai, chiassoso e maleodorante. Gazzarra di colori e babele di chiacchiere. Era in queste vie che si trovavano la garçonnières degli anni ’30, i bordelli degli anni ’70, le fumerie d’oppio.
Restano tracce di quegli anni in fatiscenti case a due piani, morse dall’umidità, coi marcapiani rotti, balconi in ferro battuto, ragnatele di fili della luce in vista tra le parabole delle tv satellitari che celano strutture coloniali.
Milioni di biciclette starnazzano con quelle dei risciò che scivolano lungo le viuzze, nei minimi angoli della città dove gridano i bottegai con gaia insistenza, o lungo gli splendidi boulevards costruiti dai francesi.
A nord di Dong Khoi c’è il salotto buono di Saigon. Nguyen Huè il viale a due corsie strapiena di persone, hotels, cafè e fiorai. Qui domina la basilica di Notre Dame in mattoni rossi su un basamento di granito, con la bianca statua della Vergine.
E’ lì dalla fine dell’Ottocento, quando i francesi con il panama bianco s’incontravano nella pasticceria dell’ hotel Rex. Ed era sempre lì a veder sfilare i carri armati delle truppe nordvietnamite che entravano a Saigon, il 30 aprile del 1975. Sotto una pioggia tutta rabbuffi e ventate trovi riparo e quiete nel tempio di Thien Hau e nella pagoda di Giac Lam, la più antica di Saigon, un tempo frequentata dai letterati per trarre ispirazione.
Anche Ton Duc Tang, la promenade che costeggia il fiume, un tempo offriva scorci letterari di traffici fluviali. Saigon, un’esperienza di vita. Tanti, coloro che sono andati a cercarsi in quest’angolo di mondo in cui l’asiaticità ti fa guardare dentro.
Savoir faire innato, disarmante cortesia vietnamita con gli occidentali, mai offuscata da tracce di rancore per il passato. E quella grazia delle donne col “ao-dai” bianco, tradizionale abito femminile che non contrasta con le icone della moda occidentale.
E’ il tramonto. Al 23° piano sul roof-garden del Caravelle, lo storico hotel degli inviati di guerra, momenti e luoghi scompaiono sotto il fuoco delle ultime ombre scarlatte del sole mentre inizia la danza di luci e lumi di Saigon. Le stelle si riflettono sui canali in un brulicare di scintille. E di vita.





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