Funi d’acciaio trattengono la Storia. Le vedo tendersi nel cielo umbro, mentre uniscono il passato al presente. Legano la torre Torta al terreno dell’antico castello di Vernazzano perché non cada nell’oblio e nel precipizio del Monte Castiglione.
Sono salito quassù, tra la corona di alture intorno a lago Trasimeno, per scoprire i resti sfregiati del maniero, della chiesa parrocchiale e del torrione pendente. Nascosto nella sua ombra obliqua guardo dabbasso le querce del bosco alzarsi alte nel loro grande fusto.
Negano il sentiero che ho camminato prima, superando il vecchio ponte in legno sospeso sul torrente Rio: le sue acque fresche, scivolatemi tra le mani mentre le bevevo, schiaffeggiano rumorose i massi e scendono a valle. Le sento anche qui.
Lasciata la foschia fine, posata sull’orizzonte lontano, mi aggiro nel verde dello spazio piano per scoprire, attraverso le reti di protezione dei lavori in corso, i pannelli esplicativi che raccontano la storia centenaria di questo luogo.
Il Castello fu costruito intorno all’XI secolo. A quei tempi era di proprietà del monastero di Santa Rita di Petroia, sotto la diocesi di Città di Castello. Nel 1202 l’abate lo diede in dono al comune di Perugia.
Data la sua particolare posizione, Vernazzano divenne un centro militare ed economico importante, prosperando e raccogliendo intorno a sé, come raccontano le cronache del Trecento, 52 famiglie.
Poi, il casato dei Michelotti lo occupò nel 1383, costringendo i perugini – dopo vani tentativi di riconquista – a riscattarlo dietro il pagamento di un’ingente somma: circa 350 scudi. Nel XIV secolo le difese del maniero vennero rafforzate, tra cui la famosa torre di Guardia.
Ma la pace che io oggi vivo nel silenzio di questo luogo doveva piegarsi al volere dei fiorentini: nel 1479 lo saccheggiarono e lo incendiarono. Da lì in poi, Vernazzano cadde in declino: ricchezze e popolazione diminuirono sempre più. Anche a causa all’apertura di nuove vie di comunicazione che lasciarono il centro a se stesso. Sino al quasi isolamento.
Nel 700 un terremoto colpì il Castello, sfregiandone per sempre la struttura. Il movimento omicida della terra, combinato alle piogge dense e al tracimare del torrente, distrussero l’abitato e piegarono la Torre al volere della Natura.
E ancora oggi è qui, pendente nel mio sguardo proteso lungo i suoi 13 gradi inclinati sulla verticale. Per vederla dritta, nell’imponenza nostalgica, sarei dovuto entrare nella nuova chiesa di San Michele Arcangelo, conosciuta anche come Santa Lucia.
Quella che, dopo l’evacuazione del maniero è stata ricostruita dabbasso, non lontana dal sentiero che parte da Vernazzano alto, frazione del comune di Tuoro sul Trasimeno: lì, dentro le mura, negatomi da una porta chiusa, c’è il dipinto di Anton Maria Garbi (1769).
Raffigura il Santo con la spada, pronto a trafiggere il Malefico mentre gli tiene la testa schiacciata. Sotto, c’è disegnato lo sperone roccioso su cui sorgeva nel suo splendore il castello di Vernazzano e la Torre. Dritta nella simbolica fierezza.





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