In autunno il paesaggio si tinge d’ocra e d’oro. Si incornicia tra gli alberi centenari e sembra nascere dalle pagine di un libro di fiabe. Lo sguardo si addolcisce ammirando la potenza della spettacolarità della natura. Lo spazio e il tempo restano immobili e silenti per non disturbare simile bellezza d’ambiente.
Il respiro si ferma. E’ il Verdon. Zona di gole immerse nelle Alpi francesi meridionali, in Provenza.
Queste incredibili gole, “spaccate” nelle rocce accolgono uno dei canyon più lunghi del mondo.
Ventuno chilometri di estensione, approssimativamente, per una profondità massima di settecento metri, mentre il fiume Verdon nasce dal versante francese delle Alpi Marittime, confluisce nella Durance, infine nel Mediterraneo.
La sua colorazione è di un verde intenso, dovuta al fluoro e alle micro alghe, mentre il lago di Sainte-Croix, uno degli specchi d’acqua di questa località, tende al turchese, per il fondo argilloso. Insomma, una vera tavolozza d’artista.
In auto, in arrampicata, praticando rafting, torrentismo o trekking, in qualsiasi modo si viva il Verdon, è sempre un’esperienza a stretto contatto con la natura.
Si può alloggiare in qualche rifugio, in maniera spartana, per ritemprarsi dopo la fatica di una lunga passeggiata in uno dei sentieri più percorsi, ovvero il Martel presso il Point Sublime, l’ingresso est alle gole che, tra l’altro offre un passaggio buio all’interno di una galleria di settecento metri.
La zona è una vera e propria palestra per sportivi e appassionati, per fotografi e pittori, ma non solo. E’ il luogo ideale per chiunque voglia regalarsi un momento di pace, di ritorno alla terra, intesa come rapporto tra uomo e ambiente.
Gli alberi svettano alti e appaiono ancora più trionfanti attraversando la gola costeggiando il fiume. Si cammina “stretti” dalle pareti rocciose, in un lungo corridoio che sembra rendere il visitatore parte integrante del tutto.
Il panorama, dall’alto di uno dei punti d’osservazione, è suggestivo, ma è indescrivibile dal basso. Nessuna parola, nessuna frase è ancora stata coniata per rendere omaggio al Verdon. Rappresenta il tocco romantico della natura stessa. Il suo voler essere poetica e impetuosa al tempo stesso.
Lo scorrere del fiume, quel suono così forte e incessante. L’unica melodia presente. L’unica fino a quando il vento si insinua tra le foglie degli alberi e, allora crea una musica irripetibile ad ogni strumento. L’unica fino a quando la pioggia non fa il suo ingresso e sottile, o incessante, suona forte come una tromba e l’eco si diffonde nelle gole.
Persino i propri passi sono musica. Quella del crepitio delle foglie calpestate, “arrugginite” dalla stagione autunnale. E poi, quando la notte cala senza luna, il buio si impossessa di ogni cosa tranne del cielo che, rivestito di stelle, abbaglia come uno specchio sotto al sole. Sembra una coltre di velluto adornata da perle bianche.
Il mattino, di buon ora, il Verdon si sveglia immerso nella nebbia. Fitta, densa, soffice, bassa. Così fitta da non far passare nemmeno un timido raggio di sole. Così densa da sembrare palpabile. Così bassa da nascondere ogni filo d’erba, ogni ramo d’albero. Man mano, le ore passano, la temperatura aumenta e la nebbia lascia il posto ai colori. E il Verdon rinasce sotto gli occhi di tutti.





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..complimenti, è il primo articolo suo che leggo e spero che non mi facciano tutti lo stesso effetto!
..non vedo l’ora di andare a visiare questa meraviglia!
A presto,
Antonio
Grazie Antonio, spero che sia la prima lettura di una lunga serie! :O)