Prima la tronfia prua appuntita. Poi l’intero e sfavillante corpo fino a poppa. Un gigantesco transatlantico appare e oscura il sole. Ostacola l’orizzonte. Poco dopo, un’altra di queste ciclopiche imbarcazioni compie lo stesso percorso, e un’altra ancora. Laggiù. Alle bocche di porto dell’isola del Lido, ingresso per Venezia, dove il faro di San Nicolò sembra un minuscolo campanile in mezzo ai giganteschi lavori del MOSE. Lì dove una gigantesca darsena prenderà presto il posto della natura.
Nei suoi quasi undici chilometri di costa adriatica, il Lido ha una netta prevalenza di spiaggia libera, caratterizzata da ampie zone di dune sabbiose alternate ai cinque chilometri di diga rocciosa dei Murazzi. È davanti a uno di questi spazi che queste immense navi da crociera fanno il loro ingresso a Venezia, passando davanti ai cantieri del Mose (acronimo di MOdulo Sperimentale Elettromeccanico), ossia il sistema integrato di opere di difesa costituito per contrastare i fenomeni d’alta marea, sempre molto contestato dagli stessi veneziani.
Turisti a parte, ben felici di transitare davanti a tutta la Riva degli Schiavoni, la celebre piazza San Marco e l’isola di San Giorgio, sono molti i residenti a domandarsi se sia proprio necessario che questo avvenga, spingendo per soluzioni molto meno impattanti, e sbarchi alternativi.
I dati parlano chiaro. Dove transitano/sostano queste imbarcazioni, si registra un forte inquinamento, in particolare provocato dalle polveri sottili emesse dagli scarichi nell’aria, con percentuali superiori a quelle rilevate in una tangenziale. Le grandi navi da crociera sono una continua minaccia per il delicato equilibrio idrogeologico e idrodinamico della laguna. In particolare quelle che superano i 300 metri di lunghezza, per effetto dell’ enorme spostamento d’acqua (l’effetto risucchio e pistone), che devastano rive, fondamenta e fondali.
Intanto la vita sulla spiaggia continua. Ed ecco uscire da Venezia un nuovo transatlantico che costeggia il Lido. Salito a cavallo della mia ecologica bicicletta, sfreccio lungo una piccola sterrata in mezzo al verde selvaggio e piante di lamponi, e in pochi minuti sono sulla diga di San Nicolò. Pedalando e pedalando, parallelo al passaggio della nave, fino ad arrivare al faro. Ultimo baluardo umano prima del dominio marino.
C’è calma. Ci sono i pescatori. Ci sono i murales dipinti sugli scogli. Una dolce sirena, e una tartaruga. C’è un invito scritto a rispettare la quiete di questa oasi naturale. Salgo in cima a una scaletta, proprio sotto il faro. Come un capitano di un antico vascello, inizio a scrutare l’orizzonte. Là dove si avventura sempre più lontano la gigantesca imbarcazione. Resto lì. In attesa che diventi un puntino impercettibile.
Racconti Hemingwaiani. Transumanza Verniana. Chiedo alle mie ossa un ultimo sforzo, e le lascio incollate a uno scoglio piatto per il resto della luce serale. Torna la calma. Nessun movimento ondoso artificiale. “Il faro è la vita. Il paradiso può attendere” c’è scritto su uno grosso masso rettangolare. Solo io e il mare. Solo il mare ed io.





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Cosa sarà mai l’inquinamento , cos’è l’equilibrio dell’ecosistema? Basta incassare!