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Venezia, “sono lo straniero nella mia città” - foto : Venezia, Viale Garibaldi © Luca Ferrari
Venezia, Viale Garibaldi © Luca Ferrari

Venezia, “sono lo straniero nella mia città”

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Mi appoggio ai fraseggi dell’inizio di Via Garibaldi. A due passi dal barcone della frutta e verdura. Alla mia destra Calle Loredana e a sinistra una trattoria di cucina casalinga. Sono con le spalle sulla transenna in marmo. A ore dodici, ho la Chiesa della Madonna della Salute. Pare impossibile sia lei.

Non riesco a non camminare come se non fosse la prima volta. Osservo davanti al canale. Il primo ponte sulla sinistra è Ponte Nuovo Fondamentin. Sembra di stare al mercato. Il tono di voce è alto. È Via Garibaldi. Una di quelle strade in cui sono facili le ironie da parte dei veneziani.

Sono qua ormai almeno da una mezz’ora. Tento uno schizzo veloce di quello che cammina piano in forma più accelerata. Ho ripetuto l’operazione diverse volte, e solo in rare occasioni m’é capitato di sentire un idioma diverso dall’italiano. Mi correggo, dal veneziano.

Ci sono le salumerie, i bar, la normalità. L’uomo sul barcone scandisce bene i prezzi e la qualità della sua merce. Ci sono anche spazzini. La gente non pare preoccupata. Ha un che di sereno nel muoversi. Nel parlare. Sembrano tutti parte di una vera comunità e credo proprio sia così. I carretti avanzano, e si carica un’altra barca di merce.

I passerotti cercano qualche briciola, niente piccioni o gabbiani, solo il lato gentile del cielo in questa zona. I bambini corrono nel campiello col grembiule. È una cosa che pensavo non esistesse più. È un modo d’interpretare la vita che ha del notevole. In un attimo inizio a capire perché un vecchio amico non avrebbe potuto più tornare a vivere qua.

Decido che è arrivato il momento entrare nella panetteria alla mia destra, il richiamo delle frittelle del carnevale è troppo forte. Entro silenzioso, quasi con circospezione. Vengo assalito da un ‘bondì ‘more tonante. Le commesse parlano e scherzano. Ho comprato anche pane e galatine. Quelle donne sembrano così, caramelle al latte che esprimono gentilezza.

Camminando in direzione longitudinale per la via, inciampo nel rumore dei carrelli delle massaie. Delle donne di Voghera. Si alternano e incalzano i commenti dei maschietti su quanto successo nel mondo politico e sportivo (più il secondo), o più semplicemente del prezzo delle sigarette.

Gioco a nascondino nelle tante callette tutt’intorno. Sottoportico e Corte Polacca. Finestrelle in legno scrostate dall’umidità. Qui la tecnologia potrebbe anche non essere arrivate che nessuno se ne accorgerebbe. Non voglio esasperare questo posto qui. Andiamo ancora avanti.

Sento che le tasche reclamano le mie mani. Se un giorno pensassi di voler davvero vivere qua, penso che potrei farlo solo in questa zona. Passando il resto della mia vita come un Marco Polo appagato. Per il momento è ancora tutto diverso. E sinceramente, e hollywoodianamente malinconico, “sono uno straniero nella mia città”.

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LIBRI

Latitudini V (parole in viaggio)

"Latitudini V (parole in viaggio)" di Luca Ferrari - Granviale Editori, 2011

Venezia è un pesce

"Venezia è un pesce.Una guida" di Tiziano Scarpa - Feltrinelli, 2003



1 commento a “Venezia, “sono lo straniero nella mia città””

  • Mat alle ore 10:02 am scrive:

    Veramente è via Garibaldi, e non viale..quello è a Mestre..

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