Il vicolo sale verso i marmi bianchi e verdi, preziose geometrie di San Miniato, a Firenze. Dove il sole brilla sugli olivi e carezza i cipressi, c’è il tabernacolo di San Giovanni Gualberto. Memoria di una storia d’odio e di fede. 1208, Ugo figlio dei nobili de’ Visdomini, cade trafitto da una spada. Preposto alla vendetta riparatrice, il fratello Giovanni.
Proprio sull’erta salita incontra l’omicida, inerme. L’uomo, con le braccia a croce, offre il petto alla lama. Quel gesto disegnò sul muretto la figura di un crocifisso. Gettata l’arma, la scena viva negli occhi, Giovanni trova rifugio nell’oratorio di San Miniato. Qui, un’altra figura apriva le braccia. Un affresco sul muro dinanzi al quale s’inginocchia quando il volto di Cristo inclina la testa. Un segno d’assenso. Dall’odio al perdono.
Fra’Giovanni Gualberto resta ben poco, tra i Benedettini. Pervaso da una divina esaltazione, tempra l’animo fiero e l’antico vigore che scaglia contro i “simoniaci”, “bottegai” di cariche ecclesiastiche. Perseguitato e braccato, fugge tra i faggeti del Pratomagno. Naturale cupola della Toscana. Praterie, boschi e foreste.
“Abbiano i padri dell’eremo somma cura e diligenza che i boschi e le abetaie non siano diminuite in niun modo..anzi accresciute con nuove piante…Chi farà tagliare alcun verde senza licenza del priore, debba riceverne condegna penitenza”. Spirito ecologico ante-litteram di Fra’ Giovanni Gualberto.
Con pochi adepti fonda il primo cenobio. Semplici capanne di rami e foglie, e un piccolo oratorio, in “Aquabella”, originario nome di Vallombrosa. Nasce la Congregazione dei vallombrosiani, ordine ammesso dopo il 1055 da papa Vittore II.
Da lassù il monaco macerato dalla penitenza e fortificato dalla preghiera guida i religiosi sulla via della pura fede con tre regole monastiche dell’ordine. Ascetismo, ospitalità per poveri e pellegrini, cura per le foreste. Fra’ Giovanni Gualberto muore nel 1078. A 44 anni.
La cura era rivolta anche agli infermi. Pellegrini, vecchi e poveri. Pozioni e balsami per lenire le malattie del tempo. Anni in cui l’unico conforto veniva dalla conoscenza empirica nella preparazione di medicamenti, coltivazione delle erbe medicinali e conservazione.
Da Eremo ad Abbazia. Generosità della contessa Matilde di Toscana. Cresce la struttura e diventa luogo di valore per virtù e sapienza dei monaci che su manoscritti e pergamene narravano storia e tradizione dell’epoca. Col suo fare, Napoleone Bonaparte, durante le campagne, non mancò di portarsi via “ricordi preziosi”. Libri e opere d’arte.
Periodo buio per l’Abbazia di Vallombrosa che nel 1866 passa nelle mani dello Stato in virtù della legge che sopprimeva le comunità religiose. Diventa, però, Istituto forestale. Le prime due regole di Fra’ Giovanni Gualberto, perse nei meandri del potere e dell’oblio.
L’abbazia torna all’ordine vallombrosiano nei primi anni Sessanta, arricchita da muraglioni, stanze, cappelle. Ma la protezione di quel “bosco incantato” resta compito del Demanio. 1500 ettari. Un vero gioiello naturalistico. Vette tondeggianti, faggete, querce di 35 metri, pini, abeti bianchi e persino il cedro dell’Atlante. Distese erbose, verdi tappeti sui quali riposano mandrie di vacche bianche. Caprioli e daini, puzzole, faine e donnole nei boschi. Sulle finestre dell’abbazia cantano le allodole.
Da Firenze, la SS 67 costeggia l’Arno con le sue rive tortuose. Le pendici del Pratomagno appaiono subito maestose mentre si sale la vallata del torrente Vicano. Pelago, Paterno e Tosi. Dolci tornanti uno dietro l’altro tra il profumo degli abeti, del muschio e la musica dell’acqua che scorre giù dai pendii. La strada, in un’ultima modesta impennata, s’immette nel grande viale rettilineo che porta all’Abbazia di Vallombrosa.
Quasi nascosta dall’abetina demaniale, si scopre imponente la facciata seicentesca preceduta da un pianale dominato dal campanile del Duecento. La chiesa originaria eretta tra il 1224 e il 1230, nell’interno ha perso la classica semplicità per un pesante barocco.
La grande torre del Cinquecento risalta sul verde cupo della foresta. A metà degli anni Novanta, la Sovrintendenza ai Monumenti di Firenze, ha il compito di restaurare il chiostro del Mascherone, il refettorio e la cucina. Dall’anno Mille alle soglie del Duemila. Da umile cenobio a “rocca”. Da povertà a rigoroso sfarzo.
Patrono dei forestali, di San Giovanni Gualberto resta l’effige sulla tela di Ignazio Hugford, nel refettorio dell’Abbazia, il cupo volto nel vicolo che sale a San Miniato e l’illusione di un piccolo eremo nella foresta di Vallombrosa.






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