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Uzbekistan, nei campi di cotone dell’Asia centrale - foto : Ciuffi di cotone nelle campagne dell’Uzbekistan © Monica Genovese
Ciuffi di cotone nelle campagne dell’Uzbekistan © Monica Genovese

Uzbekistan, nei campi di cotone dell’Asia centrale

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E’ la patria della favoleggiata Samarcanda, delle città storiche lungo la Via della Seta. Luogo di suggestioni d’architetture islamiche, cuore dell’Asia centrale. Lontano dal mondo e dal tempo così come lo consociamo. Lontano dagli spazi a cui siamo abituati. Uzbekistan.

“Ora avevamo virato lungo il quarantesimo meridiano, a metà strada fra Gibilterra e Pechino, diretti verso il cuore del mondo… Ero cresciuto con l’idea inconscia che da qualche parte, al centro della più grande massa di terre del pianeta, al di là di alcune nazioni più conosciute, pulsasse un altro paese, semidimenticato, rispetto al quale tutti gli altri risultavano periferici”. Brano tratto da “Il cuore perduto del’Asia” di Colin Thubron.

Addentrandosi maggiormente in Uzbekistan si scopre un Paese dall’aspetto grezzo, rurale, arido e, a tratti, austero. Quell’austerità ereditata dal vecchio regime di Mosca, abbandonato relativamente di recente, negli anni Novanta.

L’Uzbekistan è il pensiero sovietico divulgato sull’attuale terra nazionalista di uno Stato giovane e ancora incapace di liberarsi, del tutto, dalle usanze d’un tempo e che a lungo ha rispettato. Vaste aree sono desertiche. L’estate è lunga e molto calda, così come gli inverni sono rigidi e, a volte, innevati.

Le cupole delle sue madrasse, le scuole coraniche, i minareti colorati e ornati da piastrelle turchesi si rivestono di luce estiva, così come di bianco manto durante la stagione, cosiddetta brutta.

Qui, il centro della vita sociale è ancora, come in passato, la mahalla, ovvero i distretti urbani dove tutti gli abitanti partecipano alla vita del quartiere, matrimoni, funerali e altri riti. Qui, il vecchio dalla barba bianca, aksakal è fonte di saggezza e a lui vanno richiesti i consigli perché, in questo luogo, l’età non è solo segno dell’incedere del Tempo – quello superiore immodificabile con la t maiuscola – ma bagaglio di risposte dovute all’esperienza.

Lontani dalle città storiche, lungo tratte poco battute dal turismo di massa che, in Uzbekistan è inesistente anche per la difficoltà di ottenere i permessi di transito, si scorge un Paese proiettato nei secoli addietro. Intere distese, spesso sterminate a vista d’occhio, di campi coltivati a cotone.

Le campagne si trovano letteralmente in mezzo al deserto e vengono irrigate forzatamente da canali d’acqua creati allo scopo negli anni del governo sovietico e che hanno modificato irrimediabilmente la geografia dell’Uzbekistan.

Si vedono contadini lavorare in questi campi, raccoglierne i batuffoli di cotone che sembrano adornare le piante come perle al collo di una donna. Centinaia, migliaia di ciuffi immacolati spuntano dalle foglie, dalle piante basse disposte in fila ordinate e in mezzo alle quali si disegnano stretti sentieri.

Terra coperta di verde e di bianco e, ogni tanto, quasi dal nulla, nella tela cromatica bicolore della campagna, si intravede un piccolo villaggio. Fatto di poche case dai tetti bassi e dall’aspetto semplice, povero. Non somigliano nemmeno lontanamente alle cascine italiane o ai rifugi. Sono solo casupole messe quà e là.

I campi si mostrano solitari, ma solo all’apparenza. Basta avvicinarsi ad uno di essi, oppure addentrarsi, anche solo per curiosità, tra i cespugli che, all’improvviso, quasi arrivando dal nulla, si viene sorpresi dagli abitanti locali. Arrivano a controllare la coltivazione, ma per lo più a saziare la loro curiosità, forse maggiore di quella dei viaggiatori occidentali.

Pochi gesti mimati, da un lato, a spiegare di voler solo osservare il cotone e altrettanti pochi gesti, dall’altro per mostrarlo e lasciarlo odorare. E’ morbido e qui lo usano praticamente in ogni modo possibile.

Una delle pietanze uzbeke, il plov, piatto a base di riso, verdure e carne, “galleggia”, infatti nell’olio di cotone e nel grasso di agnello. Inoltre, l’olio che si adagia sul fondo del kazan, la pentola in cui si cuoce il plov, secondo la credenza popolare, va bevuto dagli uomini, in quanto ne aumenta la libido maschile.

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LIBRI

Il cuore perduto dell’Asia

"Il cuore perduto dell'Asia" di Colin Thubron - Feltrinelli Traveller, 2001



1 commento a “Uzbekistan, nei campi di cotone dell’Asia centrale”

  • sara alle ore 11:34 am scrive:

    Leggete questa pagina!
    vi tornerà molto utile, come è sccesso a me. E’ un riassunto molto chiaro del territorio e anche un pò delle tradizioni asiatiche e, in particolare, dell’ Asia Centrale.

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