« Sydney, fascino australiano Carso, brandelli di vite 1 »


Una stazione simbolo a Gorizia

di

stampa stampa

È la notte del 15 settembre 1947 e i trattati di pace della conferenza di Parigi legittimano l’ordine di annettere parte dei territori della Venezia Giulia all’Italia ed il resto alla Repubblica Popolare Jugoslava.

I confini sono stati stabiliti, poco importa se una città viene divisa in due.

I quartieri periferici di Gorizia diventano parte di una realtà a sé stante, dando vita ad un’altra città: Nova Gorica.

Di qua, Gorizia, italiana, una manciata di metri più in là Nova Gorica, jugoslava.

Un muretto di cemento fa da base ad una rete metallica alta un paio di metri, facilmente scavalcabile. Quasi una presa in giro. Disegna fisicamente quei confini stabiliti a tavolino.

Confini insensibili.

Un cimitero si trova sulla traiettoria stabilita? Pazienza, i patti devono essere rispettati.

Un contadino ha un terreno di là e dieci metri più in qua la sua casa? Pazienza, gli faremo un visto speciale per poter andare e tornare dal lavoro ogni giorno.

Alcune famiglie devono essere divise? Pazienza. Non si tratta di lavoro o di impegni inderogabili. “Lei, signora, stia di qua e lei, signore, stia di là”.

Le guardie jugoslave non permettono ai civili di avvicinarsi più di dieci metri dal confine. Gli italiani, invece, possono appoggiarsi e aggrapparsi al reticolato.

Dieci metri sono troppi per parlare e l’andirivieni dei sorveglianti rende difficoltoso capirsi a gesti. Non si può far altro che bagnare di lacrime quel ferro insensibile.

I ricordi di chi quel confine lo ha subito, riemergono e sopravvivono nelle immagini e nei racconti esposti nel piccolo museo che si trova all’interno della Stazione ferroviaria Transalpina e che racconta la storia del confine goriziano.

La Transalpina fu inaugurata agli inizi del Novecento e i suoi 144 km costituivano un raccordo ferroviario di estrema importanza per l’impero austroungarico.

Infatti, la Südbahn partiva da Trieste, passava per la Nizza austriaca, com’era soprannominata Gorizia all’epoca dell’Impero, e arrivando a Jesenice, nell’attuale Slovenia, sviluppava quella rete ferroviaria che univa l’Europa centrale – Vienna, Monaco, Praga – alle regioni adriatiche ed in particolare al porto di Trieste.

Sulla sommità dell’edificio, dopo il primo conflitto mondiale e fino al 1991 campeggiava la stella rossa titina, trasformata poi in stella cometa nel Natale del primo anno d’indipendenza della Slovenia dalla dittatura jugoslava.

La Stazione Transalpina, che si trova in territorio sloveno, probabilmente è l’unica al mondo che dà le spalle alla città a cui rende servizio.

La facciata è, infatti, visibile da via Caprin, in territorio italiano, e l’ingresso si raggiunge passando per il piazzale antistante l’edificio, l’unico punto dove la rete confinaria sparisce per riapparire insolente una ventina di metri più avanti.

Un piazzale libero, un varco simbolico in quel confine insensibile.

Sul suolo un mosaico circolare il cui diametro segna il tracciato del confine di Stato ed è interrotto al centro da una pietra commemorativa: 1947-2004.

Il 1 maggio 2004, data storica dopo la conquista dell’indipendenza dalla Jugoslavia nel 1991, la Slovenia è ufficialmente entrata a far parte dell’Unione europea e nel piazzale si festeggia.

Il 21 dicembre scorso, sessant’anni dall’innalzamento del confine insensibile, l’unione è più palpabile; non c’è più bisogno di alcun controllo, nemmeno nei valichi secondari.

Di nuovo, dal punto di vista fisico, istituzionale e geografico sembra tutto semplice. Ora mettiamo la rete. Ora togliamo la rete.

Dal punto di vista sociale e psicologico, quel confine è stato una ferita, netta e precisa come la linea di una biro su una mappa, che anche se si rimargina, porta con sé una cicatrice che non permette di dimenticare.

Una cortina di ferro ha trasformato nel tempo la Nizza austriaca, luogo di villeggiatura invernale dell’aristocrazia austroungarica, in una piccola Berlino, lasciando tracce indelebili, dentro e fuori.

Come una stazione ferroviaria che serve la Slovenia e guarda verso l’Italia.

stampa stampa
LIBRI

Esco a fare4 passi

"Esco a fare4 passi" di Christian Lorenzati - Fusta, 2007

La chiesa di San Giorgio a Brazzano e il suo antico territorio

"La chiesa di San Giorgio a Brazzano e il suo antico territorio" di Hans Kitzmüller - Istituto di Storia Sociale e Religiosa, 2010



comment Lascia un commento a "Una stazione simbolo a Gorizia"

I campi contrassegnati da (*) sono obbligatori.



 





I Commenti più recenti
- Laura (raya) su R come Reporters
- Francesco Colucci su Aliano, l’ex-confino della Basilicata
- alex67 su John o’ Groats, alla fine della Scozia
- roberto su Vorkuta, Inferno Siberia
- Anna Maria su Murgia, sentieri di Puglia e Basilicata
- melissa su Palazzo di Cnosso, mito di Creta

Le ultime dal forum



SCELTI PER VOI

Cultura e Sapori

Udine, tutti i sapori di GOOD
di

Udine, tutti i sapori di GOOD - foto : GOOD, il delicato prosciutto crudo © Antonella Salvatore

Viaggio nei sapori del 2° Salone dei prodotti della filiera agroalimentare ed enogastronomica dell’Alpe Adria, senza trascurare altre prelibatezze italiane ed europee.

Reportage

Trieste: el tram de Opcina
di

Trieste: el tram de Opcina - foto :  La trenovia Trieste -Villa Opicina © 1la

Salendo sulle pendici dell’Altopiano del Carso con la trenovia più suggestiva d’Europa. Da Trieste a Villa Opicina, un’arrampicata mozzafiato attaccati a un laccio d’acciaio.

Viaggi

Su due ruote lungo l’Europa (3)
di

Su due ruote lungo l’Europa (3) - foto : On the road in bicicletta - Foto tratta da www.sputnik.info

Si conclude il nostro viaggio lungo l’Europa attraverso le sue piste ciclabili. Questa volta si parte dal Mar Baltico per arrivare a quello Adriatico, lungo l’ideale percorso della cosiddetta “strada dell’ambra”.






il reporter raccontare oltre il confine è testata registrata presso il Tribunale di Vercelli n. 4/2010 | © 2007-2012 il reporter