Guardare con i propri occhi ciò che i mezzi di comunicazione tacciono. Fare tutto questo non per superficialità. Né per tenere nascoste quelle verità che è scomodo rivelare. Tacere perché non ci sono parole. Perché manca il coraggio. E il fiato pure. Perché davanti al sorriso disarmante di chi ha perso casa, lavoro e affetti, non si può che rimanere in silenzio.
Tu vai a L’Aquila per dare una mano. Poi ti accorgi che ad aiutarti sono gli stessi aquilani. Inconsciamente. Ti guardi intorno e non vorresti più andare via. Lì, in mezzo alle rovine, trovi la parte più buona dell’uomo. Quella che si rivela nelle situazioni in cui l’uomo vede soffrire il proprio simile di un uguale ed inconcepibile dolore.
Questo la televisione non lo trasmette. Parlare della determinazione e del coraggio di chi ha la forza e la volontà di ricominciare non alzerebbe i livelli di ascolto.
Una tragedia si collega sempre al pianto. Non al sorriso. A L’Aquila, invece, ho visto la gente sorridere. L’ho vista guardare il cielo e dire: «Che bella giornata…». E sono rimasta immobile, incantata da ciò che spesso non trovo nella mia quotidianità.
Un viaggio l’ho fatto, alla fine di questa estate. Senza pensarci troppo, mi sono recata nella città colpita dal terremoto. Siamo partiti in ventisette. In ventisette vorremmo tornare. In pochi giorni si creano dei legami indissolubili. Comprendi cose che nessuno saprebbe spiegare.
Lì la stanchezza non la senti nemmeno quando, la sera, ti appoggi sul sacco a pelo. E prima di addormentarti riesci a dire grazie per le cose che hai vissuto.
La nostra sveglia mattutina era alle 6.45 circa. Dal campo Caritas di Sant’Antonio a Pile ci spostavamo, a gruppi, nelle diverse tendopoli, dove ognuno di noi aveva dei compiti precisi: lavare, cucinare, lavorare la terra, stare con gli anziani e i bambini. Le attività dei volontari variano a seconda delle esigenze che lì, quotidianamente, si presentano.
La tendopoli di Piazza d’Armi, smantellata agli inizi di settembre, è stata la sede in cui ho trascorso la maggior parte del mio tempo. È difficile non affezionarsi a bambini che, inizialmente diffidenti, ti aspettano per giocare, disegnare, correre, ridere o anche solo per passeggiare.
La mattina facevamo con loro un po’ di compiti. Poi c’era la pausa merenda, seguita da un’ora di gioco. Il pomeriggio, invece, si organizzavano dei laboratori, come quello riguardante la lavorazione del pane o della pasta di sale. A pranzo e a cena tornavamo al campo Caritas, a pochi passi da Piazza d’Armi. Lì davamo una mano in cucina. Solitamente si contavano a tavola cento persone.
Il mio viaggio a L’Aquila è stato un viaggio nel cuore dell’uomo. Il coraggio di volontari che lasciano agi e lavoro per stare lì per più di un anno è prova tangibile della bontà insita nell’essere umano. Una settimana intensamente ricca, che mi ha permesso di guardare in faccia alla vita. E di scoprire che la poesia può essere scritta anche tra le pietre. Non solo sulle nuvole.





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…”io sono stato una settimana” a L’Aquila “Campo Base Piazza D’Armi”
ho toccato con mano la dignità di molte “GENTES” ma anche l’arroganza e prepotenza di altra “gentes”.
Io sono il “magno” con questo pseudonimo conosciuto in PROTEZIONE CIVILE PARMA!
Ciao!
Grazie Ennio per la tua testimonianza… ritornerei a L’Aquila altre mille volte, perchè l’Aquila mi ha mostrato il vero volto dell’uomo… Anna Maria