L’acqua scivola sulla muta impetuosa, forte, spumeggiante, fredda mentre la corrente fa danzare liberamente il corpo avvolto dalle onde.
L’adrenalina si impossessa di ogni goccia di sangue e le emozioni fanno tremare il cuore. E’ la prima sensazione che si prova quando si pratica canyoning.
E’ uno sport, in parte acquatico e in parte alpinistico che, solitamente viene definito estremo, ma che, provvisti di una valida guida sportiva, non risulta pericoloso.
Si tratta di discendere lungo piccoli torrenti di montagna racchiusi tra alte pareti di roccia. Provvisti di discensori, corde, scarponcini da trekking, caschi ed altro tipo di attrezzatura utile. Naturalmente, non mancano le mute in neoprene da indossare.
Durante l’avventura si devono superare cascate di dieci, quindici metri, in media, grosse rocce, toboga, ovvero scivoli naturali levigati dall’erosione e salti. I livelli di difficoltà variano molto dalle zone.
In alcuni tratti, soprattutto nei canyon al confine tra Italia e Francia, è necessario, almeno in piccola parte, attraversare il torrente in ferrata. Vale a dire superare un ostacolo arrampicandosi ai gradini di ferro, quelli tipici delle scalate in montagna.
Anche la durata di un canyoning varia, sia dall’estensione stessa, sia dal tempo impiegato per l’attraversamento, dalle eventuali soste, dalle problematicità incontrate.
Negli ultimi anni, questo sport sta affascinando molte persone che ci si avvicinano, prima timidamente, poi in maniera sempre più appassionante.
E’ una sfida persino compiere un salto di pochi metri per chi, magari ha il timore dell’altezza. Man mano che si acquisisce esperienza e pratica, il timore resta, ma i salti si compiono sempre da altezze maggiori. E’ una soddisfazione per il fisico, che trae benefici dall’attività sportiva, e per l’anima.
Di solito, l’ingresso nel torrente è rapido. Un tuffo da una roccia o da un ponte. Pochi metri, ma per chi salta, non sono o non sembrano mai così pochi.
Poi il contatto con il torrente. Freddo. Nonostante la muta e nonostante il canyoning si pratichi, soprattutto in estate, un rigoletto di acqua si insinua sulla pelle, lungo la schiena e si “accende” un brivido che da’ il via all’avventura.
Nuotando e camminando si snoda il percorso in mezzo alla natura. In mezzo nel vero senso del termine. Ci si trova immersi, non solo nell’acqua, ma nelle montagne.
Lasciandosi trasportare dalla corrente, beatamente “addormentati” sul torrente si osservano le cime montuose, spaccate in due e divise dal canyon.
Qui non c’è caos, non c’è folla, non esiste il traffico cittadino, non il rumore, non lo smog. Qui c’è solo il torrente. Il suo rumore. O meglio la sua voce che grida con passione la sua stessa forza, che accoglie ogni bracciata, ogni passo, ogni tuffo.
Il canyon bisogna “farselo amico”, seguirlo nel senso letterale del termine. Assecondarlo fino alla prima “uscita” utile perché quando si inizia non si torna indietro.
Le sensazioni più forti si provano seduti sul bordo, se tale si può definire, dei toboga. Lisci e vellutati. Da qui inizia la parte più ludica. Un scivolo, a braccia conserte, che proietta velocemente verso il basso. Si vola nella corrente d’acqua.
Giù, in fondo ad accoglierci c’è, di solito una piccola piscina naturale creata dal torrente. E qui si riprende fiato dopo averlo trattenuto per la paura, per l’adrenalina, per la frenesia.
Qui, in mezzo all’acqua e alle montagna, con la natura si gioca.





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