“Andate a vedere la messa”, ci dice Gustavo, la nostra guida.
Messa?! Ti puoi sapere, penso io, agnostica tendente all’ateo convinta (ma mi riservo di cambiare idea con la vecchiaia) anche se per forza di cose cattolica non praticante.
Carolina invece insiste: “Ma dai, solo un’oretta, vediamo com’è”. Fabienne, l’amica tedesca, sceglie di restare al residence. La sera prima siamo uscite e l’idea di andare a messa non la sconfinfera per niente.
Neanche a me sconfinfera, in realtà, ma poi mi vengono i sensi di colpa, mi conosco. Decido di accompagnare Carolina: che sarà mai, un’ora di messa. Ci vado sempre anche a Natale, quando ci sono gli alpini che regalano il vin brulè.
E poi basta replicare il modello perfezionato durante anni di studi (religiosi e laici). Ovvero: sedersi, fingere di ascoltare con aria assorta, ma vagabondare con la mente qua e là sognare a occhi aperti.
Carriera intrapresa e portata avanti in ogni dove: dalla catechesi alla messa, dalle medie al liceo (solo perché non ho memoria delle elementari), per concludersi poi trionfalmente finita l’università. Laurea ad honorem in film mentali. Evvai!
E così arriviamo in chiesa, una chiesa strana, bianca e zeppa di simboli a me sconosciuti. Riconosco solo il Tangata Manu mischiato alla tradizionale croce cristiana. Entriamo, e la pila dell’acqua santa è sostituita da una conchiglia enorme. Ci bagniamo le punta delle dita, facciamo il segno della croce ed entriamo.
Di per sé la chiesa di Hangaroa, capitale nonché unica città dell’Isola, è simile a tante altre: piccolina, due navate laterali, una grande al centro. In fondo, il parroco che predica (in spagnolo, ma alcune frasi sono in rapa nui) e, davanti a lui, i credenti.
La chiesa è gremita, non riusciamo neanche a sederci, ci sono un sacco di bambini. Fuori c’è un sole splendido, il cielo azzurro è ben visibile dalle finestre. Nei banchi davanti a destra, il coro: rapa nui completi di mandolino e chitarre.
Musica rapa nui con parole sulla fede cristiana. L’Alleluia in rapa nui. Io poi, che adoro la musica. Ho sempre pensato che se nella mia chiesetta ci fosse stato un coro gospel, ci sarei andata sempre a messa. Ma tant’è.
Il parroco, sarà un’impressione mia, ha una lieve inflessione veneta nel parlare spagnolo. Di sicuro non è un autoctono, e di sicuro non è cileno.
Carolina conferma la mia impressione, anche se non saprebbe pronunciarsi sull’inflessione veneta: lo stereotipo dell’italiano in Cile viene dal meridione, quindi per lei l’accento dell’italiano in spagnolo è quello del nostro sud.
Sono rimata col mio dubbio, anche se all’uscita della messa avrei voluto scambiare quattro chiacchiere con questo parroco così aperto, che è riuscito a catturare la mia attenzione durante tutto il sermone, altro che film mentali.
Ma non ce l’ho fatta, c’era un sacco di gente intorno a lui, così sono riuscita soltanto a stringergli la mano e ad abbozzare un sorriso.
Il sermone sembrava più una chiacchierata di antropologia mista buon senso che altro. Me lo ricordo ancora, e sì che sono passati cinque mesi dal mio viaggio sull’Isola. Si può riassumere in un punto solo, il sermone: come spiegare il Dio cristiano alla popolazione Rapa Nui?
“Dio è solo uno”, dice. “È un Dio buono, comprensivo, giusto”.
E fin qui, niente di nuovo. Sbadiglio.
“Anche se lo esprimiamo al maschile, nella nostra lingua, non deve essere necessariamente uomo”. Come?!
“Dio potrebbe anche essere donna. Anzi: pensatelo come se fosse donna, una grande madre, proprio come le madri dell’Isola” (siamo in una cultura dove l’uomo sembra essere assente come padre, se non peggio). Ma abbiamo un sacerdote rivoluzionario!, penso io.
“Dio è madre”, dice. “E come una buona madre si prende cura dei propri figli”.
Fantastico.
Morale: se andate sull’Isola, fate un salto alla messa la domenica mattina. Ne avrete una bella esperienza, almeno per me lo è stata. E già che ci siete: chiedete al parroco di dov’è e scrivetemi, mi è rimasta la curiosità.
Non potrete non riconoscerlo: è l’unico che gira in tunica da sacerdote ma con una corona di fiori intorno al collo. Andare per credere.





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