Sembrano dita mozzate di un gigante, rivolte verso il cielo. Decapitate a otto metri d’altezza, inclinate nell’atto di una pietà supplicata ma troncata da un lontanissimo cataclisma. E’ la foresta fossile di Dunarobba. Un esercito di titani intrappolati nel terreno. Simili a golem che emergono dall’argilla su uno sfondo grigio e desolato. Luogo di fascino e mistero immerso nella campagna umbra tutta colline e valli lussureggianti.
Bisognerebbe andare fino in Cina per vederne di simili, o in Arizona. Pochi sanno che si trova sull’uscio di casa nostra, in Umbria. Basta arrivare ad Avigliano e seguire la strada fino a Dunarobba e da lì scendere sulla via sterrata fino ad un laghetto.
Si sale per qualche centinaio di metri alla sommità di una collina. Appare la conca della foresta fossile simile ad un miraggio fossilizzato, immobile. Bellezza selvaggia scandita dai ritmi recisi infissi nel terreno arido, incisi dall’azione del vento.
Un paesaggio lunare. Due ettari di tronchi mummificati, circa cinquanta ad una distanza regolare gli uni dagli altri disposti come opera di una meticolosa follia. Una forma estinta di Sequoia. Circa venti milioni di anni fa, l’Umbria era coperta dalle acque emerse dal mare. Si sollevarono le montagne appenniniche e si formarono colline e rilievi. Restò solo un grande lago a forma di ipsilon rovesciata che sommergeva le città sulle cui rive si estendevano enormi boschi.
Laghi, foreste e mari che ad un certo punto interagirono tra di loro, come in un enorme crogiolo alchemico. Col passare del tempo il mare si ritirò e i laghi vennero colmati dalle inondazioni dei fiumi. Tutte le foreste scomparvero, tranne una, la foresta di Dunarobba. Fino a qui tutto potrebbe sembrare normale, ma il vero mistero, sta nel fatto che tutti gli alberi, di struttura lignea non pietrificata, si sono fossilizzati in verticale.
Sono lì dal Pliocene in un tentativo di fuga eterno, sigillati dall’argilla. Prigione e scrigno delle sequoie spezzate, imbalsamate tre milioni di anni fa. Dentro la corazza di creta c’è l’anima di legno con le radici ramificate nel terreno.
La foresta fossile di Dunarobba è unica al mondo. Scoperta per la prima volta nel XVII secolo, poi scordata per quasi 400 anni, fu ritrovata alla fine degli anni Settanta. Sorgeva a margine del lago Tiberino lungo un grande fiume diretto a Todi.
Erano sequoie alte cento metri la cui crescita fu favorita dal clima caldo-umido del periodo storico in cui vivevano Mamuth e altri animali preistorici. Col mutamento delle condizioni climatiche l’ambiente si modificò e la foresta scomparve rimanendo in parte interrata.
Colossi fermi nella stessa posizione di vita. Sepolti dall’argilla e spezzati a 5-10 metri dal suolo, con un metro e mezzo di diametro. Alzati in cerca di luce, d’aria, d’un soffio vitale. Forme plastiche in una torsione trafitta da lunghi solchi. Decisa e violenta vibrazione espressiva che anima questa conca di grande suggestione.
Difficile lettura dell’ospite occasionale della muta forza ciclopica. Solo esperti e studiosi conoscono il valore di tali reperti che inglobati nell’argilla, hanno subito un processo di fossilizzazione consentendo di mantenere inalterata la struttura lignea.
Mistero della natura, forza degli eventi. T’avvolge un senso d’ignoranza e di stupore. La stessa meraviglia che devono aver provato gli operai che negli anni Settanta lavorando ad una cava trovarono i giganteschi alberi fossilizzati, sequoie millenarie perfettamente conservate.
E quella fetta di foresta ancestrale esiste ancora. A casa nostra. Non sono semplici resti di piante pietrificate ma tronchi con un’anima legnosa, in posizione originaria. Viva, perché vive il suo sonno millenario. Se il vento spazza la piana par di sentire un lamento e il bosco fantasma respira con le sue figure lignee rivolti alla luna.





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