Turchia, terra di contraddizioni e di fascino rimasto intatto nei millenni. Terra che accoglie il mitico monte Ararat e l’altrettanto mitico, sebbene in maniera diversa, rilievo del gruppo Tauro Orientale. Alto oltre duemila metri, è il monte più elevato della Mesopotamia settentrionale e il suo nome è Nemrut Dagi.
Si erge nella zona sud-orientale del Paese e la sua caratteristica, oltre alla bella natura, è la suggestiva costruzione funeraria posta proprio sulla sua cima, ovvero la tomba di Antioco I, re del piccolo stato ellenistico di Commagene.
Più che sulla cima della montagna, la tomba di questo antico sovrano è la cima stessa. Un cumulo di terreno, di pietra frantumata, di 150 metri circa di diametro, per un’altezza di 50 metri e rappresenta l’ultima dimora di Antioco, chiamata Hierothesion, da lui voluta proprio qui e fatta erigere nel I secolo a. C.
In effetti, camminare sul Nemrut Dagi è un po’ come muovere i propri passi sull’antico santuario. Il luogo si adorna di una bellezza semplice e, al tempo stesso, unica, carica di stupore. Ci si trova sul punto più alto della zona e il panorama davanti al proprio sguardo è quello di una Turchia stesa ai piedi del viaggiatore.
Un’incredibile sensazione di abbraccio verso questa terra suggestiva, vicina all’Europa, eppure così lontana per usi, tradizioni, abitudini. Qui, ogni cosa ha il fascino della scoperta.
Raggiungere il sito archeologico è un po’ impegnativo. La fatica è resa dalla salita e dal terreno impervio. E’ comune incontrare qualche turco che si offre, in cambio di poche lire locali, di accompagnare lo stanco viandante a dorso di asino.
Ma, se gli asini sono abituati a sfiorare il profilo della montagna, sicuramente meno lo sono le persone, soprattutto se sbirciano di sotto. Su entrambi i lati della cima del Nemrut Dagi si trovano, adagiate da secoli, mirabili sculture.
Cinque colossali opere rappresentanti altrettanti personaggi. Antioco, la dea greca della fortuna Tyche, Zeus, il padre degli dei per gli antichi Greci e Romani, il dio Apollo e l’eroe dall’incredibile forza fisica, poi divinizzato, Eracle. A chiudere il quadro un leone e un’aquila, simboli della dinastia di Antioco.
Ora, però le sculture sono acefale, a causa delle intemperie, ma le teste giacciono, in ogni caso, sempre in questo luogo. La montagna appare divisa in due parti, in quanto ogni suo lato, propone, sotto forma di statue, un pezzo della storia di Antioco.
Opere gigantesche che creano uno scenario toccante il cui apice è rappresentato alla luce dell’alba e a quella del tramonto. Su questa montagna, le statue si risvegliano dal lungo torpore millenario, sotto i chiari riflessi del mattino, mentre al crepuscolo, dopo un’intensa giornata ad osservare il mondo dalla loro posizione, si “ammorbidiscono” al tramonto che le dipinge di un forte color ocra, come se un pittore le rivestisse di un manto di fuoco.
Poco alla volta, mentre il tramonto scema e lascia il proprio posto alla sera, le sculture disegnano ombre diverse sul terreno e sembrano, persino cambiare espressione.
Il Nemrut Dagi è, per Antioco, il suo piccolo Olimpo, il monte degli dei, e proprio gli dei cha fa raffigurare sul suo altare funerario lo accolgono ogni giorno. Dal giorno della sua morte nel 36 a C.
Per cogliere lo spirito del Nemrut, che sia alba o tramonto, è sufficiente sedersi su una delle tante rocce, magari un po’ in alto, nella speranza che non ci siano tanti visitatori.
Le ombre delle sculture si allungano, sinuose, verso la vallata, e i pensieri vanno a secoli e secoli addietro quando il mondo ha un’altra faccia. Un altro aspetto. Quando, persino il silenzio è diverso, ma il vento freddo che soffia è, forse sempre lo stesso.





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