Turchia orientale. Diretti verso le zone interne, non distanti dal confine con l’Iran, l’antica Persia, la Georgia, l’Armenia. Diretti laddove la terra di questo Paese è di un’intensa tinta arancio-rosso dovuta alla pietra arenaria che crea sinuose sfumature, lunghe e sottili, sulle rocce delle colline.
Qui, ogni cosa ha il colore del sole al tramonto. Il caldo, nella bella stagione, è sempre molto penetrante. Le temperature, spesso raggiungono i 40 gradi e il respiro, per il viaggiatore occidentale, si affatica. Ma ogni fiato emesso vale la pena per osservare questa zona della Turchia.
Le città nei pressi dei vari confini con gli altri Stati sono presidiate da militari che controllano sovente i volti dei viaggiatori nelle auto o nei minibus. In genere senza dilungarsi troppo.
In Anatolia, verso Kars, una delle località più suggestive, si trovano numerose chiese, alcune medievali, altre georgiane, ortodosse o armene. Sono in rovina, ma serbano ancora il loro antico fascino. Appaiono un po’ come fantasmi provenenti da lontano, da un’altra dimensione.
E proprio il loro attuale aspetto, un po’ trascurato e imperfetto, a causa delle intemperie, delle scorribande e della trascuratezza generale, fa si che siano più realistiche. Mai toccate. Mai ristrutturate, eppure ci sono.
Le chiese georgiane di Haho, quella monastica di Osk Vank, quelle di Penek, di Ishan, quelle armene di Ani, al confine con l’Armenia, hanno in comune affreschi dai colori ancora luminosi e sembrano disegnate nel loro contesto, messe in ogni sede come una perfetta cornice che cinga un quadro d’autore.
Una in particolare ad Ani, la città fantasma, meraviglioso sito archeologico, si presenta letteralmente a metà. Squarciata da un fulmine. Un taglio netto dall’alto in basso. Sembra morsa da un gigante!
Ad Ishan il monastero è immerso nel verde della vegetazione montana. L’aria è abbastanza fresca, vista l’altitudine. Il silenzio è l’unico compagno di questo villaggio ed è qui da sempre. Allo scorgere i visitatori, un omino, dall’aspetto semplice, li segue discretamente e senza parlare.
E’ il custode, sebbene definirlo tale sia eufemistico. Aspetta pazientemente che siano le persone ad andare da lui per comprare il biglietto di ingresso. Poche lire turche. E’ una sorta di biglietteria ambulante che rilascia tanto di biglietto. La chiesa è piuttosto ampia e, in parte ben conservata.
L’interno è vuoto e spazioso. Casa per i piccioni e per i bambini che giocano all’ombra. I suoi soffitti sono alti e, da qualche fessura, filtra la luce del giorno. In questo villaggio di montagna, il resto del mondo sembra distante. Ogni tanto ad interrompere il silenzio, è il canto di un gallo, il belare di una pecora, il vociare dei bambini, ma nient’altro. Ed è perfetto così. Perfetto, ma come molti paesi turchi orientali, povero.





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ciao Monica,
avevo letto di Kars in “Neve” di Orhan Pamuk.
nei miei due viaggi in Turchia non ho avuto occasione di andarci ma me lo riprometto per il prossimo…
grazie
Grazie Elisa, spero che tu possa andare a vederle presto! sono suggestive.