Scorcio del fiume Tigri, Turchia © Monica Genovese
E’ estate. Un’estate torrida, persino per la Turchia. Siamo nella zona sud orientale del paese, quella confinante con l’Armenia, l’Iran, l’Iraq. Ogni tanto, vista la vicinanza ai confini, gruppi di giovani militari fermano il nostro pulmino, carico solo di viaggiatori e di pochi bagagli, per verificare il nostro percorso.
Armati di tutto punto, questi controllori che non parlano affatto inglese, osservano i nostri volti occidentali, sudati e abbronzati dal cocente sole. Poi, con un gesto della mano e qualche parola in turco o in curdo all’autista ci lasciano proseguire il viaggio tranquillamente.
Le strade sono piuttosto accidentate e il pulmino tutto fa, tranne che scorrere agevolmente su questo improbabile asfalto. Arriviamo in un piccolo paese dal nome impronunciabile, Hasankeyf, sulle rive del fiume Tigri. Un antico villaggio, pacifico e abbastanza silenzioso che emerge dalle scogliere di arenaria che lambiscono le acque. Numerose botteghe espongono la tipica bigiotteria, qualche tappeto, amuleti, artigianato e i prezzi sono economici.
I negozianti, come usanza vuole, ci invitano ad osservare la merce e ci offrono di bere insieme un bicchierino di ottimo te’ bollente. Come rifiutare? Qui, l’ospitalità è una cosa seria ed è un modo per interagire con la popolazione. Certo, ci si spiega a gesti. Ci si improvvisa mimi, ma alla fine, le barriere linguistiche si abbattono, almeno in parte e i sorrisi aiutano. Inutile dire che, lasciato il negozietto di turno, ci si ritrova con un acquisto in mano.
L’atmosfera di questo luogo è particolare. Sull’altopiano che domina il letto del fiume si scorgono le rovine di una rocca realizzata dall’imperatore bizantino Costantino il Grande. Si tratta di grotte scavate nelle pareti tre millenni or sono. Abitate fino agli anni Sessanta. Oggi queste caverne sono adibite a botteghe. Sembrano alveari.
Qualcuno dorme, all’ombra, su uno sperone della montagnola e in riva al Tigri si trovano dei piccoli bar con comode piazzole realizzate come palafitte con il tetto di paglia. Pedane in legno, rivestite da tappeti e da cuscini e i cui pali, almeno alcuni, sono piantati direttamente nelle acque del Tigri.
Questo fiume di cui, da bambini, si legge nei libri di geografia, nasce in Turchia e si sviluppa in Siria e in Iraq, fino a raggiungere la pianura alluvionale della Mesopotamia meridionale. Seduta all’ombra delle piante, su una delle palafitte, sorseggio una bibita fresca e dolce. Ho bisogno di zuccheri. Oggi ci sono 45-50 gradi circa. Dalla mia posizione osservo delle ragazzine turche pescare nel Tigri. Sono vestite da capo a piedi.
Pescano con un sottile filo bagnandosi gli abiti e non facendo caso al caldo. Una di loro indossa un chador rosa sul capo e preso un pesciolino me lo mostra orgogliosa. Cerco di mimarle i miei complimenti e qualsiasi cosa lei abbia capito sembra contenta perché annuisce e sorride.
Torna alla sua pesca. La guardo e penso che, forse ha una quindicina di anni, ma qui l’età è indefinibile. Le ragazze si sposano molto giovani, adolescenti, e la mia pescatrice potrebbe avere già un marito e un figlio a casa. La vita difficile, le molte gravidanze non facilitano, certo la cura del corpo.
Lasciamo Hasankeyf, le sue ancestrali caverne, i tesori archeologici, il Tigri, la vallata del fiume. Lasciamo questo sito, mentre quelle ragazzine interrompono la loro pesca per salutarci con la mano.
"Tre uomini in bicicletta" di Paolo Rumiz, Francesco Altan - Feltrinelli, 2002

Il tempo sposa sapori e tradizioni. Viaggio nella Murgia barese, dove dal 6 all’8 novembre è andata in scena la sagra del vino novello e delle caldarroste.

Dalla collina di una piccola località circondata dalle montagne, si scorge la piana della Mesopotamia e, al tramonto, i bagliori arancioni del sole fanno brillare le abitazioni dorate.

Dal cuore dell’India a Brescia a bordo di moto e auto leggendarie: cosa non si è disposti a fare per sostenere un progetto sulla scolarizzazione infantile, senza rinunciare al gusto dell’avventura.