Dai tre gradoni del mini anfiteatro in pietra, con un pergolato fiorito a cingermi le spalle, fisso un punto sulla piana. Lo seguo dalla balaustra sul promontorio di Sanguineto e immagino il sorriso sornione di Annibale. Poco prima attraversavo inquieta il Malpasso, assieme ai legionari romani in scia all’esercito cartaginese sul Trasimeno. Bastano pochi chilometri perché la prospettiva cambi e i ruoli si invertano.
Dalla posizione sopraelevata in cui mi trovo, mi chiedo se lo scenario sia rimasto immutato da quell’urlo che scosse la terra sotto i piedi romani. Di fronte a me cespugli di ginestra e macchia mediterranea costeggiano gli uliveti in fila indiana. Solo le vetture sulla statale tradiscono il quadro originale. Eppure, i placidi declivi divennero una trappola micidiale.
Da questa frazione di Tuoro, nella nebbia umbra del 21 giugno 217 a.C., il condottiero punico ordinò l’attacco all’armata del console Caio Flaminio, la cui avanguardia era già penetrata nella vallata. La carica frontale della fanteria Iberica e Libica, quella laterale dei cavalieri cartaginesi e della fanteria celtica sopra il Malpasso, diedero il “benvenuto” agli uomini dell’Urbe.
L’esercito di Flaminio, spezzato in più tronconi dai diversi fronti offensivi, venne in ultimo accerchiato dai reparti guidati dallo stesso Annibale. L’attacco sferrato al fianco scoperto della legione, rese impossibile qualunque manovra difensiva da parte dei romani. Che non ebbero nemmeno il tempo di disporsi in formazione per sostenere la battaglia alla pari.
Sebbene la sproporzione tra le forze in gioco avesse già deciso le sorti dello scontro, la resistenza dei legionari fu strenua. Se chiudo gli occhi, il vento mi restituisce il clangore delle spade sugli scudi, i disperati tentativi di resistere agli attacchi nemici. A bagnare col proprio sangue la terra d’Umbria furono circa 10 mila soldati romani, il cui sacrificio avrebbe battezzato quella terra col nome di Sanguineto.
Su tutti il console Caio Flaminio, imputato principale della disfatta sul Trasimeno. Accusato di aver lasciato inexplorato il territorio sul Malpasso, che forse avrebbe rivelato l’astuto inganno ordito da Annibale. L’unica leggerezza commessa da Caio Flaminio fu quella di credere che la battaglia si sarebbe svolta secondo le regole: lealmente faccia a faccia.
Nulla poterono i suoi triarii contro l’insubre Ducario che, lancia in resta, trafisse a morte il console, vendicando i tanti concittadini sotto il giogo romano. Secondo la tradizione celtica, i cadaveri dei vinti venivano spogliati delle armature e decapitati. Questo impedì ad Annibale, tre ore più tardi, di riconoscere il corpo del suo valoroso sfidante per concedergli degna sepoltura.
Voltandomi verso l’anfiteatro si materializza l’armatura, usata nelle rievocazioni storiche di Tuoro, di un soldato romano. Pur non essendo lucente e preziosa come quella di Flaminio, gli rendo omaggio a nome di Annibale. E il sorriso sornione del cartaginese si fissa sulle mie labbra. (2. Continua)





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