Il canto del muezzin mi sveglia quando è ancora buio. Saranno le tre, forse le quattro. Cerco la telecamera perché voglio registrare questa voce. La moschea è vicina e per la prima volta la sento così chiara. Mi affascina l’idea che questo richiamo rappresenti l’invito alla preghiera per milioni di musulmani in tutto il mondo.
Mi trovo a Sfax, in Tunisia ed è il 13 settembre 2007: quest’anno il calendario lunare islamico ha fissato per questa data l’inizio del suo nono mese, il Ramadan. È la comparsa della luna nuova ad annunciare l’inizio di un nuovo mese e questo spiega perché la mezzaluna sia uno dei simboli più conosciuti e amati dell’Islam.
Il Ramadan è la più importante festività islamica: celebra il ricordo della rivelazione del Corano e rappresenta per i fedeli il rinnovo del proprio atto di sottomissione ad Allah. Durante questi 30 giorni i musulmani sono tenuti ad osservare il digiuno (sawm, uno dei “Cinque pilastri dell’Islam”) dall’alba al tramonto, ad astenersi dal fumare, dal bere e dalle attività sessuali.
Negozi, ristoranti, uffici con orari ridotti (dichiarati); orario degli autobus vulnerabile. L’avevo letto nella guida, ora ero lì e avrei visto coi miei occhi e sentito con le mie orecchie. Ecco lo sparo. Ogni volta mi coglie di sorpresa, nell’attimo di silenzio assoluto che segue le ultime note del muezzin: è il segnale.
Sono le sette e mezza di sera. Il digiuno è finito e la gente ora si trova nelle proprie case a consumare l’unico e lauto pasto serale nell’intimità della propria famiglia. Una piccola festa. A Tunisi lo sparo non si sente, forse si usa solo nei piccoli centri. L’ho sentito a Tozeur, Bizerte, Houmt Souq. Ma lo avverti quando sta per arrivare l’iftar, l’interruzione del digiuno. E non perché coincide col calar del sole.
Te ne accorgi – specie se ti trovi in una cittadina come Tozeur – dalla gente che poco prima invade le strade e affolla il mercato, i banchi del pane soprattutto, e dal passo veloce e i saluti frettolosi che si scambia per strada.
Poi, poco prima del canto e dello sparo, silenzio. Un’atmosfera irreale, dove sembra quasi che il tempo si sia fermato. Ti ritrovi a girare per strade vuote, silenziose. Solo il verso di qualche gatto o una musica che esce da una casa. Dura 40-50 minuti questa “sospensione”.
Dopo, le strade cominciano a rianimarsi e le piazze, come Place de la Victoire a Tunisi, si ripopolano, piano piano, con la gente – solo uomini nelle piccole città – che si ferma a bere un caffé e a fumarsi un’altra sigaretta.
Non pensavo fosse così osservato. La routine quotidiana continua, la gente lavora, si incontra, va al mercato, ma non mangia, non fuma, non beve. Nemmeno acqua. Solo le donne incinte, i bambini fino alla pubertà e i malati sono dispensati da questa pratica.
E’ dura – mi racconta il ragazzo che ci sta accompagnando alle oasi di montagna vicino a Tozeur – soprattutto i primi giorni e per chi lavora, ma poi ci fai l’abitudine. Parliamo e il suo cellulare continua a squillare. Lui – mi spiega – non risponde nemmeno alla fidanzata. «…parce que c’est le Ramadan».
Stavolta il nostro anticipo non è bastato, l’autobus è già partito. Resta il louage. L’unico inconveniente di questi taxi collettivi è che non sai mai quando partono, perché devono essere pieni. Stiamo andando a Houmt Souq, nell’isola di Jerba e arriveremo col buio.
Sono all’incirca le sette. L’auto si ferma e i due ragazzi che viaggiano con noi (con l’autista siamo in sette) scendono e comprano al negozietto una bottiglia di coca cola e dei dolcetti. Si riparte per fermarsi poco dopo lungo la strada. Scendiamo tutti. E’ giunto l’iftar.
Gli uomini si accendono la prima sigaretta della giornata e aspirano una lunga boccata assaporandola in silenzio, col sole che tramonta davanti a noi sul deserto.
L’autista tira fuori una bottiglia di succo di palma (lo capirò dopo averlo assaggiato) e ce lo offre in un bicchiere di plastica. I due ragazzi stanno bevendo la coca e mangiando i dolcetti.
Qualcuno si accende la seconda sigaretta. Avevo letto che il digiuno si dovrebbe interrompere con un bicchiere d’acqua e un dattero. Ma ognuno avrà il suo piccolo, personale rituale.






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