Ci sono storie d’ogni genere. Quelle prese dalla realtà e quelle lavorate dall’ispirazione. Altre nascono da un istante d’emozione e diventano realtà nell’essere narrate. Trinidad de Cuba è quell’istante. Un idillio di tenerezza e suggestione tra montagna e mare.
La vecchia Dodge56 sbuffa fumo nero e arranca brontolando nella Sierra del Escambray. La strada asfaltata attraversa campi coltivati e piantagioni di canna da zucchero. Segue il disegno sinuoso che procede lento. Senza fretta, lo sguardo coglie spazi di foresta e piccoli villaggi. Leggero fragore di battaglia d’una cascata che disseta con la sua limpida frescura.
Dopo un susseguirsi di curve sbuca dall’alto sulla piana di Trinidad, con le bianche spiagge caraibiche della penìnsula de Ancòn a far da quinta. Giù, il blu-argento e l’oro increspato del mare. Orizzonte di rame mosso dal vento.
Trinidad sboccia come un fiore. Un labirinto di tegole d’argilla rossa a coronare lo stretto reticolo di vie. Le strade selciate con pietre di fiume scendono verso la costa. Mirabile soluzione che unisce mare, fiume e città. Spazi di luce nelle piazzette fiorite, nei patios delle case coloniali. Ringhiere, cancelli, affreschi, sedie e portoni. Incomparabile dipinto naïf.
Bella, schiva, segreta. Quasi appartata dai clamori rivoluzionari e quasi incurante dei cambiamenti. C’è un’atmosfera paesana, rilassante, crepuscolare. Il concetto di città a misura d’uomo, teorizzato e inseguito per anni dall’Occidente, qui è realtà rimasta intatta nell’aspetto che aveva alla prima metà del Settecento.
Giocatori di scacchi e domino seduti intorno al tavolo con qualche sfaccendato intendo ad animarli. Personaggi scappati da qualche romanzo, addolciti da un ventaglio di rughe allegre e inebriati da un sigaro da un peso, lungo 14 centimetri.
Il ticchettio di un cavallo sulle pietre come piccoli rintocchi di campane. Discreti sguardi degli artigiani. Mani forti e svelte danno vita a legno e ferro, sulla via riparati da chiazze d’ombra concesse dal sole. Un’anziana donna torna dal mercato con l’ombrello aperto per ripararsi dai raggi inclementi.
Porte e finestre sempre schiuse. E quell’antica abitudine di sedersi sull’uscio e sul marciapiedi dove si mettono sedie e poltrone per conversare, cantar di leggende di schiavi, di bandoleros romantici, di corsari e di tesori nascosti tra le mura delle vecchie case. Nei sottotetti di legno affrescati con fiori e nastri.
“Alegrìa de Vivir” di un’orchestrina in calle Amargura, tra San Josè e Boca, interpreti della canzone trovadorica. Fusione di due culture, europea e africana. Claves, tres, timbales, congas, bongo, chitarre e basso. Strumenti a corda retaggio dei coloni spagnoli e percussioni portate dagli schiavi africani.
Si muovono lenti gli abitanti di Trinidad. Sulla spiaggia tra il viavai di cangrejos e il volteggiar di gabbiani. Lungo Calle Rosario che sale verso Plaza Mayor, una sosta alla taverna per una birra chiara Mayabe o una caña, bicchiere di rum bianco. Un’altra per il Tabaco, il sigaro o le Popular, superfinos negros. In mano il Tamal, mais e riso avvolto in foglie bollite. Guano in spalla, inseparabile sacca sempre pronta ad accoglier di tutto.
Magica città che rapisce e non lascia il tempo di ammirare un angolo, il particolare di una via, la facciata di una casa, la sagoma di un portone, che già se ne scoprono altri. Dettagli che si materializzano come profili di ricchezza sospesa in un altro tempo.
Un cesto di manghi, un casco di minuscole banane e piccoli frutti verdi ben disposti sul vassoio nella veranda del professor Amalìa, amabile uomo d’arte e di penna. Fresca casa che odora di manoscritti e fiori. La bianca tenda mossa dalla brezza caraibica scopre il patio. Verde, antico gioiello che genera luce, aria, colore e suono.
Tra un fiorir di palme e vasi appesi alle colonne, Sinsontes e Negritos si sfidano in acuti cinguettii. Lirici canti, una sorta di gara per deliziare il cuore. Rassicuranti come questa casa dove tra scrittoi e sofà annaspa un ragno sotto lo sguardo amletico d’un micio.
Sigaro, mojito e storia. Amelìa racconta che fino al 1920 Trinidad era collegata al resto dell’isola da poche piste per muli e per cavalli, e dalle navi che attraccavano al porto di Ciénfuegos. Isolamento che ha protetto la straordinaria architettura coloniale della città, dichiarata nel 1988 dall’UNESCO “Patrimonio Culturale dell’Umanità”.
Ha l’antica calma dei saggi. Di chi con amore e ingegno conclusivo ha contribuito a preservare il centro storico. Il Palazzo Brunet, settecentesca dimora di Nicolas de la Cruz y Brunet. Stanze arredate con preziosi mobili, dipinti, porcellane, argenti. Tutto registrato.
La cattedrale Mayor Santìssima, la Ermita de Santa Ana, il Convento di San Francisco de Asís e la Ermita de la Candelaria de la Popa del Barco. I Patios adorni di fiori e piante tropicali, le abitazioni patrizie con verande andaluse che circondano Plaza Mayor bianca, pulita con pinnacoli di palme. Un “Museo Romantico” di per sé.
E’ tempo d’andare dopo una cena baciata da un rosa tramonto e conclusa col raro Anjeco (vecchio di 7 anni). Añita, quieta compagna dalla galeonesca figura rassetta e con strascicar di piedi lucida il pavimento mentre raccoglie il Granma scivolato a terra. Il professor Amalìa s’è assopito con accenni di mare e di sierra sfumati in gola.
Basta seguire il suono dei timbales verso la Casa de la Trova, salire i gradoni vicino alla parrocchiale e già la notte s’accende di canti. Si fa musica all’aperto, tutti seduti sulla scalinata, mezzo cocco pieno di Canchanchara (rum, miele, succo di lime) e il ritmo che entra nelle vene. Le ragazze ballano scalze in un vortice di gonne bianche. Laggiù nella sua casa, certo Amalìa ascolta sornione. Ricorda l’ebbrezza dei sensi e forse riaccende il sigaro.






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splendide foto con sorpresa me le gusterò con calma una ad una .
L’articolo mi ha fatto venir voglia di riprendere pennelli e colori ormai riposti da molto tempo e ricominciare a ………….
Grazie Gianna, si- devi proprio farlo. Tira fuori colori e pennelli e regalaci, ancora, sogni.
Un abbraccio Marta