Quante volte guardando il mare ci siamo accorti di sentire il bisogno di fermarci un attimo, lasciando che la mente si perda tra quelle increspature, per specchiarci, per ritrovarci o anche solo per non lasciare che quell’immensità ci passi affianco senza essere scrutata dalla nostra eterna voglia di infinito. Eppure il mare ci cuce addosso sempre una sorta di malinconia sorda, fatta di cuciture mal fatte, foto, ritratti, bagliori di felicità che puoi vederli colorarsi di rosa al tramonto per poi scomparire nel buio.
Il mare a Trieste non è mai immobile, è difficile intrappolarlo su una tela, è impossibile corrergli dietro eppure se lo osservi attentamente puoi cogliere il suo sguardo curioso. La curiosità di un bambino che vede entrare in casa uno sconosciuto e gli mostra un sorriso non corrisposto, la curiosità del primo amore dove anche lo sfiorarsi manda in fiamme il viso e quei baci colgono il sapore di una bocca sconosciuta, la curiosità dello straniero, la curiosità dei pazzi, la curiosità inesauribile del mare. Questa città vive, accoglie, sceglie, corteggia, impara, corregge, cammina affianco allo sconosciuto e sa dentro di se che in pochi istanti dovrà rapire il suo sguardo per poi lasciarlo andare senza pretese.
Qui le culture, le religioni si sono intrecciate condividendo lo stesso sguardo verso un Dio con diversi nomi, il campanile della cattedrale di San Giusto sornione ascolta l’inizio dello shabbat che la sinagoga scandisce con sacralità, mentre il tempio serbo-ortodosso della Santissima Trinità e di San Spiridione con la sua eleganza bizantina ammira le guglie della chiesa evangelica luterana; non ci sono scontri, non ci sono guerre, c’è la consapevolezza della propria verità religiosa e della ricchezza che sta nelle diversità.
La storia dell’uomo è stata sempre marcata da guerre mai spiegate contro il barbaro, il diverso, lo straniero, qui lo sconosciuto diventa parte della vita di una città che corre a ritmi differenti, che si ferma, che festeggia, che vive realtà eterogenee e lontane nel tempo e nelle tradizioni ma che sa di essere parte di una terra che li accomuna tutti nonostante le disuguaglianze.
Ora passeggio lungo la strada Napoleonica, che da prosecco si arrampica sulle pareti del Carso triestino fino all’obelisco di Opicina, da quassù il mare sembra essere più elegante, con questo suo vestito blu notte e queste profonde pieghe che ricordano tanto un abito settecentesco. Sotto di me un treno viene inghiottito nella bocca avida di una galleria e in lontananza una vela si gonfia all’orizzonte, il rumore ovattato che fuoriesce dalla galleria si mescola a singhiozzi con il gracchiare dei merli e i raggi del sole continuano a giocare con le foglie, le onde, le rotaie e a far galleggiare sul mare miliardi di stelle.
Da qui lo sguardo si perde ed è stupendo scoprire che in questo mio viaggio, da straniero, in questo mio restare, assaporare e fuggire, ora mi sento meno straniero e mi ritrovo in questa città unica a guardare con gli occhi del suo mare la fibbia di questo vecchio stivale che fluttua nel Mediterraneo, gelosa della sua bellezza e della sua storia.
Non sono degno di citarlo ma chi meglio del poeta Umberto Saba, che ha respirato, vissuto e tratteggiato nei suoi versi questa città, può sintetizzare con le parole l’anima di questa terra: “Trieste ha una scontrosa grazia. Se piace, è come un ragazzaccio aspro e vorace, con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore; come un amore con gelosia. Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via scopro, se mena all’ingombrata spiaggia, o alla collina cui, sulla sassosa cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.”





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