Quante volte guardando il mare ci siamo accorti di sentire il bisogno di fermarci un attimo, lasciando che la mente si perda tra quelle increspature, per specchiarci, per ritrovarci o anche solo per non lasciare che quell’immensità ci passi affianco senza essere scrutata dalla nostra eterna voglia di infinito.
Eppure il mare ci cuce addosso sempre una sorta di malinconia sorda, fatta di cuciture mal fatte, foto, ritratti, bagliori di felicità che puoi vederli colorarsi di rosa al tramonto per poi scomparire nel buio. Il mare in questa città non è mai immobile, è difficile intrappolarlo su una tela, è impossibile corrergli dietro eppure se lo osservi attentamente puoi cogliere il suo sguardo curioso.
La curiosità di un bambino che vede entrare in casa uno sconosciuto e gli mostra un sorriso non corrisposto, la curiosità del primo amore dove anche lo sfiorarsi manda in fiamme il viso e quei baci colgono il sapore di una bocca sconosciuta, la curiosità dello straniero, la curiosità dei pazzi, la curiosità inesauribile del mare. Questa città vive, accoglie, sceglie, corteggia, impara, corregge, cammina affianco allo sconosciuto e sa dentro di se che in pochi istanti dovrà rapire il suo sguardo per poi lasciarlo andare senza pretese.
Ho il naso appiccicato al finestrino del tram, con il fiato sospeso nel vuoto mentre il mio sguardo fa fatica a trattenere in una sola diapositiva questo panorama duro, spigoloso che scorre veloce e si nasconde timido dietro le boscaglie di pino nero. A un tratto il mezzo rallenta, arranca mentre si arrampica sui rocciosi fianchi del Carso trainato da un cavo d’acciaio, lasciandomi per un attimo con i piedi a penzoloni su quel golfo che con due occhi strabici guarda un confine che l’acqua salata del mare ha corroso col tempo.
Dal 1902 esiste a Trieste una trenovia unica in Europa che collega la cittadina Friulana alla piccola frazione di Villa Opicina, passando per l’Obelisco intitolato a Francesco I d’Austria da dove parte una delle passeggiate più suggestive e panoramiche di Trieste, fino a immergersi nella fitta vegetazione carsica assecondando le curve dolci della ripida salita.
E’ suggestivo intravedere alcune casette dai tetti rosa, lontani dal caotico brusio della città, intrappolate in un silenzio quasi surreale, da lì le vele gonfie delle barche sembrano più gravide, il gracchiare dei merli più nitido, il sentiero sterrato meno pericoloso e il mio umore meno altalenante.
Il mio naso lascia un alone che cerco di occultare rapidamente passandoci due dita con aria indifferente, quando ormai l’impronta è stata risucchiata dal vetro, incontro il sorriso vago di un bambino che abbassa subito gli occhi imbarazzato, ma io lo aspetto e gli rispondo con la sua stessa timidezza perché in questo momento mi sento piccolo, vulnerabile, stupido nello scoprirmi ancora stupito davanti a questo panorama stupendo.
In questo mio breve viaggio, in questo mio restare, assaporare e fuggire, ora mi sento meno straniero in questa città e mi ritrovo a guardare con gli occhi del suo mare la fibbia di questo vecchio stivale che fluttua nel Mediterraneo.
Non sono degno di citare ma chi meglio del poeta Umberto Saba, che ha respirato, vissuto e tratteggiato nei suoi versi questa città, può sintetizzare con le parole l’anima di questa terra: “Trieste ha una scontrosa grazia. Se piace, è come un ragazzaccio aspro e vorace, con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore; come un amore con gelosia. Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via scopro, se mena all’ingombrata spiaggia, o alla collina cui, sulla sassosa cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa”.





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