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Toscana, sul ponte del Diavolo - foto : Borgo a Mozzano, il Ponte del Diavolo © Gruenemann
Borgo a Mozzano, il Ponte del Diavolo © Gruenemann

Toscana, sul ponte del Diavolo

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Si sa che Belzebù ha “costruito” ponti in varie parti d’Europa privilegiando paesaggi inquietanti. Dove le nebbie autunnali copron di mistero cose, case, boschi e fiumi. Ma quello di Borgo a Mozzano è davvero speciale. Fatto così bene che alla veneranda età di quasi mille anni e nonostante le piene del Serchio è lì, ancorato alle sponde.

Percorrendo la statale SS12 da Lucca verso la Garfagnana, magica terra di fiabe e segreti, gnomi e streghe, si arriva a quel ponte medievale dall’ inconfondibile profilo e che pare uscire dall’acqua con le sue zampe e col suo lungo collo che si perde nella foschia.

Unico, inquietante e surreale per quell’arco dominante a tutto sesto e a schiena d’asino. Alto e sottile. Diavolo d’un ponte in pietra con tre archi a digradare che scivolano su una sponda mentre l’altro affianca l’irta gobba centrale e s’aggancia sull’altra riva.

Par d’essere dentro un libro di fiabe con figurine di greggi che arrancano sul ponte, una pecora dietro l’altra col pastore a testa bassa e passo veloce per superar l’arco maggiore e non guardar di sotto, nel fiume. Belzebù aspetta da anni che qualcuno s’affacci. Per tirarlo giù e vendicarsi d’esser stato beffato.

Il Diavolo, La Maddalena e Matilde di Canossa. Bizzarro, ardito, asimmetrico. Nomi e aggettivi che s’impigliano tra storia, leggenda e racconti popolari. Di certo fu la contessa Matilde di Canossa che nel 1100 lo fece costruire per chi era desideroso di recarsi ai Bagni di Lucca. Ponte della Maddalena, per via del vicino oratorio. Ponte Matilde di Canossa, ma qui tutti lo chiamano Ponte del Diavolo. Perché la sua leggenda è più forte della storia.

In un’epoca di sussulti guerreschi per spartire terre e strade c’era una “regola a chetar l’anima” di chi arraffava per diletto o per conquista. L’ambiente naturale non doveva essere trasformato e le “trasgressioni” esigevano riti purificatori. Un ponte era una violazione, una sfida vittoriosa sulla corrente del fiume. La benedizione di un “sant’uomo” sistemava tutto.

Del costruttore del ponte di Borgo a Mozzano non si ha notizia ma si dice che per un’opera così ardita sia stato necessario l’aiuto del Diavolo. Qui, la storia lascia il posto alla leggenda. Si racconta che il capomastro addetto ai lavori, avesse serie difficoltà nel terminare il ponte per la data dell’inaugurazione. E in quei tempi le teste volavan come cappelli.

Santi, profeti e martiri furono chiamati dal pover’uomo. Più li invocava più passava il tempo. Quale occasione migliore per Belzebù ghignante e ghiotto. Aspettò beffardo fin quasi allo scadere del termine prefissato. E saltò fuori da sotto un’arcata traballante.

Pelle nera, zoccoli caprini, ciglia inarcate, colse l’attimo e propose un patto. Il ponte fatto e finito in una notte. In cambio, l’anima del primo sciagurato che vi sarebbe passato. Nella disperazione di perder più la testa che l’onore, l’uomo accettò. Tanto che il giorno dopo, lo strano e sofferto ponte stava lì dritto con la schiena arcuata. Proprio com’è oggi.

Come stabilito, arrivò il vescovo di Lucca che benedisse il ponte. Poi la scena resta sospesa nell’aria e nel mito come un quadro appeso ad un muro. Sotto, il diavolo arrotava gli unghioni con sorriso beffardo, il serafico prelato in testa alla processione inaugurale si accingeva ad attraversalo mentre il capomastro venne preso da terribili rimorsi.

Svelò il mistero. Il Vescovo, in bilico su di un piede, osservando bene la struttura strana e irregolare, fece due calcoli, pensò alla sua anima e senza indugi lanciò un pezzo di “stiacciata” (schiacciata) sul ponte. Un maiale le trotterellò dietro per mangiarsela.

Il diavolo, pronto a riscuotere quanto dovuto, si vide gabbato e lanciò un urlo che fece tremare tutta la valle tranne il ponte. Cercò di distruggerlo a testate e calci, ma la costruzione ormai benedetta restò in piedi mentre Satana precipitò nel fiume.

Belzebù, in realtà, non si è mai dimenticato d’esser stato tradito da quel costruttore e beffato dalla Chiesa. E’ sempre lì in agguato, nascosto, invisibile, ai piedi del ponte, in attesa di riscuotere la sua anima. C’ è andato spesso assai vicino in più di mille anni. Ha persino rubato una collana di rubini ad una nobildonna che si spose per curiosità.
 
E’ soltanto una leggenda, come ce ne sono altre. Sono tanti i “Ponti del Diavolo”. Vicino a San Sepolcro, in Sardegna, in Svizzera, in Francia. Anche l’acquedotto spagnolo di Tarragona è chiamato “Puente del Diablo”. Che gran lavoratore dev’esser stato Satana.

Senza tirare in ballo il diavolo, Il Ponte della Maddalena è una mirabile opera di ingegneria medievale. E tutto sta nella sua struttura leggera e slanciata. Nei piloni ber ancorati, nell’alto e lungo arco centrale “a schiena d’asino”. Un’agile costruzione capace di far resistenza all’acqua, e senza eccessive spinte sui lati.

Strano, bizzarro e solido, il Ponte del Diavolo è un pilastro architettonico della Garfagnana e ben si addice al paesaggio rigoglioso d’estate, cupo e intrigante d’autunno. Si resta incantati dalla forma, attratti dai racconti e titubanti nell’attraversarlo. A guardare giù nessuno ci prova. Perché, a dirla tutta, la leggenda continua.

Belzebù starà nascosto lì, sotto un pilone, fino a quando qualcuno, ignaro di tutto, nell’attraversare il Ponte della Maddalena, si fermerà anche solo per un attimo, nel punto più alto ad osservare le acque del Serchio. Povero Diavolo che intanto ha fatto collezioni di macchine fotografiche penzolanti, telefonini, collane e occhiali di chi con scettico sorriso s’è affacciato. E lui ghignante, rigonfio non sa che farsene di tutta quella roba.
E’ l’anima che vuole. D’altronde ogni promessa è un debito. Come biasimarlo.

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